I Miserabili

i miserabilidi Ladj Ly (Francia, 2019)

Curiosamente in Francia, per competere nella corsa agli Oscar 2020, hanno scelto “I Miserabili” invece che puntare sull’eleganza del più quotato “Ritratto Della Giovane In Fiamme” (2019) di Céline Sciamma. Nonostante fosse impossibile battere il coreano “Parasite” (2019), l’opera dell’esordiente Ladj Ly è riuscita comunque ad approdare nella cinquina finale, dopo aver conquistato molti altri premi in giro per il mondo. Un risultato capace di spingersi al di là delle più rosee aspettative, considerando il soggetto tutt’altro che originale del film.
Ci troviamo nelle famigerate banlieue parigine, un terreno già abbondantemente sfruttato da molte pellicole (una su tutte, “L’Odio” di Mathieu Kassovitz). Qui conosciamo un poliziotto da poco trasferitosi nel commissariato di zona, Stéphane Ruiz, un individuo dal carattere tranquillo costretto a lavorare assieme a due colleghi molto diversi da lui, Chris (la classica testa calda che si crede onnipotente indossando una divisa) e Gwada, il quale asseconda quest’ultimo senza batter ciglio. Il trio deve sbrogliare una serie di problemi che coinvolgono i vari abitanti di quei sobborghi, una realtà abbandonata a se stessa dove gli immigrati musulmani si guadagnano da vivere con attività più o meno lecite e i bambini giocano per strada dalla mattina alla sera. Quando i tre poliziotti si ritrovano sotto scacco poiché inchiodati da un video che ritrae uno di loro mentre ferisce un ragazzino, nel quartiere si scatena il putiferio, una tensione che esplode letteralmente durante gli ultimi venti minuti del film (con un finale sospeso che ci impedisce di riprendere fiato).
La bravura di questo regista francese nato in Mali non è da tanto da ricercare nella tecnica e nel linguaggio estetico di “Les Misérables”, quanto nell’essere riuscito a plasmare una storia avvincente, ben sceneggiata e interpretata magnificamente dagli attori (molto bravo Damien Bonnard nei panni di Stéphane Ruiz). Questa costruzione psicologica funziona e appassiona, mettendo in luce i tanti contrasti tra polizia e cittadini purtroppo accentuati da un metodo sbagliato, il quale predilige la violenza al dialogo (non a caso percepiamo un filo diretto che collega gli svariati casi di cronaca nera provenienti dagli Stati Uniti e questo incalzante dramma transalpino).
Lo spostamento temporale nel presente fa in modo che i tanti personaggi del film siano dei possibili eredi immaginari dei miserabili raccontati nell’omonimo romanzo storico di Victor Hugo, un’opera citata non solo nel titolo ma anche in una didascalia al termine della pellicola. Rispetto a “L’Odio” (un film cinematograficamente più denso), “I Miserabili” accentua la riflessione sul potere pur mantenendo un profilo più basso, complice la semplicità stessa del plot. Un lungometraggio dunque da recuperare e anche in fretta, possibilmente in lingua originale, soprattutto per evitare il pessimo doppiaggio dove Stéphane diventa Pomata, un soprannome degno della commedia italiana degli anni settanta (ne sa qualcosa il nostro Enrico Montesano).

4

(Paolo Chemnitz)

les miserables

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