Peppermint Candy

peppermint candydi Lee Chang-Dong (Corea del Sud, 1999)

Fino a oggi Lee Chang-Dong ha diretto soltanto sei film in oltre vent’anni di carriera, una media piuttosto bassa che però viene ripagata dal fattore qualità. Sei pellicole ognuna delle quali molto importante per la storia del cinema coreano contemporaneo: “Green Fish” (1997), “Peppermint Candy” (1999), “Oasis” (2002), “Secret Sunshine” (2007), “Poetry” (2010) e il recente “Burning (2018) sono tutti lavori permeati da una regia essenziale eppure fortemente personale, un’impronta capace di veicolare al meglio la poetica di questo cineasta che ha più di un motivo per farsi apprezzare.
“Peppermint Candy” è un’opera (due ore e nove minuti) che scorre al contrario, in quanto le prime immagini si svolgono lungo un fiumiciattolo, quando il protagonista Yongho (un eccellente Sol Kyung-Gu) ritrova un gruppo di vecchi compagni di scuola intenti a fare festa: ma il comportamento dell’uomo è strano e sopra le righe, non a caso nel giro di pochi minuti Yongho finisce sopra un ponte, dove sta per sopraggiungere un treno pronto a stroncare per sempre la sua vita. Da questo momento la pellicola torna indietro, prima di tre giorni e poi ancora di svariati anni fino al 1979, ripercorrendo le tappe salienti dell’esistenza di Yongho, un individuo segnato da tante esperienze anche traumatiche (le quali seguono la storia più recente della nazione coreana, dal governo militare dei primi anni ottanta fino al successivo boom economico, poi seguito dalla crisi finanziaria esplosa al termine dei 90s).
La trama circolare ci permette di ritornare al punto di partenza, attraverso diversi capitoli che ci vengono presentati da un treno in corsa che simboleggia tutta l’essenza del film (questo mezzo lo vediamo o lo percepiamo in alcune scene importanti, tra cui quella di un orgasmo che mai come in questa occasione diventa una chiara metafora di vita e di morte). Questo percorso a ritroso diventa davvero struggente e drammatico quando osserviamo l’uomo in crisi con la moglie (entrambi traditi e traditori) e poi ancora prima con Yongho segnato da una carriera controversa, soprattutto quando lo ritroviamo nelle vesti di poliziotto, praticamente un aguzzino che tortura gli indiziati per ottenere da loro informazioni. All’interno di questa cornice poco rassicurante (in cui è presente una non troppo velata critica al militarismo), Lee Chang-Dong lascia che siano le caramelle alla menta a rappresentare gli unici momenti di gioia e frivolezza, una piccola distrazione nel cuore di un destino che corre imperterrito verso l’autodistruzione.
Nonostante una struttura molto simile, i successivi “Memento” (2000) e “Irréversible” (2002) hanno ben poco a che spartire con “Peppermint Candy”, la cui poetica è parte integrante di un approccio che predilige l’aspetto psicologico (del protagonista) e quello storico (della Corea del Sud). Yongho riesce a provocare in noi sia ribrezzo che tenerezza, una visione che ci permette di inquadrare il film sotto diverse angolature, ognuna delle quali ricca di riflessioni sulla vita e sull’esistenza (“do you think life’s beautiful?”). Quello di Lee Chang-Dong è dunque un pessimismo che si insinua sotto la pelle, delicatamente, fino a scatenare in noi la consapevolezza di quanto sia difficile trovare la via della felicità.

4

(Paolo Chemnitz)

peppermint

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