Possessor

possessordi Brandon Cronenberg (Canada/Gran Bretagna, 2020)

Tale padre, tale figlio. Ma fino a un certo punto, perché se le intuizioni geniali di David Cronenberg fanno parte di un’epoca in cui il cinema del regista canadese era un passaggio obbligato per comprendere la post-modernità, l’eredità raccolta dal figlio Brandon deve per forza di cose scontrarsi con un’agguerrita concorrenza in cui si rincorrono distopie, ossessioni e distorsioni tecnologiche che ormai fanno parte della nostra realtà. Non a caso già con l’esordio di “Antiviral” (2012) sembrava quasi di assistere a un puntatone di “Black Mirror”, una sensazione che riaffiora anche con questo “Possessor”, film sceneggiato dallo stesso Cronenberg Jr esattamente come il suo predecessore.
L’incipit è spiazzante: osserviamo una donna afroamericana entrare con nonchalance dentro una sala affollata, puntando un uomo che viene da lei brutalmente accoltellato. Per scoprire il motivo di tale gesto, dobbiamo conoscere il personaggio di Tasya Vos (Andrea Riseborough), un’agente che lavora per conto di una società capace di controllare il cervello delle altre persone. Una volta collegata con un macchinario, la mente di Tasya può abitare il corpo di un estraneo, portandolo a commettere il più feroce degli omicidi. Un modus operandi che si ripete nella missione successiva, quando la protagonista deve manipolare un tale Colin (Christopher Abbott) per fare in modo che egli ammazzi il suocero John (Sean Bean), il capo di una potente azienda. Questa volta però il piano prende una direzione alquanto pericolosa.
In un’epoca in cui il capitalismo è capace di arrivare ovunque grazie al controllo tecnologico, Brandon Cronenberg sfrutta questa tematica mettendo al centro del discorso la nostra identità, oggi più vulnerabile che mai e in questo caso persino soggetta a (cyber)scambi di genere. “Possessor” è quindi un thriller fantascientifico pregno di oscuri deliri cerebrali, un lavoro figlio delle visioni di “eXistenZ” (1999), importante opera di babbo David che viene chiamata in causa anche solo per la presenza di Jennifer Jason Leigh (qui nel ruolo di Girder). Idee stuzzicanti che purtroppo si adagiano in superficie, come se il giovane Brandon fosse più interessato alla confezione (impeccabile) che alla sostanza: in effetti la fotografia è notevole (merito del solito Karim Hussain), così come la regia e gli ottimi effetti che accompagnano le immagini più truculente del film (almeno un paio davvero brutali), ma questi cento minuti di pellicola non lasciano filtrare in alcun modo quella potenza travolgente degna delle ambizioni messe sul piatto.
Un altro lavoro che possiamo accostare a “Possessor” è “Inception” (2010), un prodotto estremamente complesso (nonostante l’appeal commerciale) capace però di sollevare una tensione vertiginosa, quello che purtroppo non accade all’opera di Brandon Cronenberg, il cui cognome pesa come un macigno al di là dell’approccio al genere che cerca di rinnovarsi nella più cupa e malsana contemporaneità (la scena cult del film è stata giustamente immortalata sulla locandina). “Antiviral” resta una spanna al di sopra ed è questo il segnale più preoccupante, perché dopo otto anni di attesa era lecito attendersi un ritorno in grande stile piuttosto che un lungometraggio al limite della sufficienza.

2,5

(Paolo Chemnitz)

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