Holy Motors

holy motorsdi Leos Carax (Francia/Germania, 2012)

Dopo la realizzazione di “Pola X” (1999), di Leos Carax si erano praticamente perse le tracce: qualche videoclip, un paio di cortometraggi e infine un segmento dell’antologia “Tokio!” (un tris di episodi diretti in compagnia di Michel Gondry e Bong Joon-Ho), prima di dare sfogo al suo film più ambizioso, “Holy Motors”, un lavoro senza dubbio da inserire tra quelli più personali e importanti visti durante lo scorso decennio. Proprio il frammento girato da Carax per “Tokyo!” ritorna con prepotenza anche tra queste immagini, solo che dalla capitale giapponese ci spostiamo in una magnifica Parigi (considerando il messaggio universale di questa pellicola, ogni metropoli sarebbe stata perfetta per raccontarci le varie storie presenti in “Holy Motors”).
L’opera segue ininterrottamente ventiquattro ore di vita di un uomo, il quale cambia identità di continuo, spostandosi a bordo di una lussuosa limousine e truccandosi di volta in volta all’interno di essa per affrontare il compito successivo. Con lui c’è solo la bionda Céline, l’assistente che lo scorta in giro per la città. Un superbo Denis Lavant interpreta tutti questi personaggi, travestendosi da vecchietta a caccia di elemosina, da padre di famiglia, da orribile freak che vive nelle fogne, da freddo assassino e così via, mutando i suoi connotati a seconda dell’occasione. Grazie a questo escamotage, tenuto insieme soltanto dal collante della limousine, Leos Carax aggira totalmente qualsiasi iter narrativo (a cui è stato spesso allergico), mettendoci praticamente davanti a un film a episodi, ognuno comunque funzionale al successivo e fondamentale per alimentare l’aspetto concettuale del lavoro.
source“Holy Motors” è una dichiarazione d’amore verso il cinema, sviscerata attraverso le tante sfaccettature di questo universo in perenne movimento (come l’automobile del protagonista). Dopo un eloquente prologo, in cui ci affacciamo dentro una sala osservando degli spettatori (immobili, forse morti) davanti a un film, l’opera rivitalizza la settima arte grazie al talento visionario di Carax e al suo approccio geniale (persino discontinuo ma assolutamente unico per originalità e fantasia). La regia è solida, le scenografie sono molto curate e Parigi diventa un valore aggiunto sia nelle scene diurne che in quelle notturne (molto belle le sequenze in cui appare Kylie Minogue). Se quindi “Holy Motors” può risultare criptico nel suo sviluppo, a livello di inconscio è un lungometraggio che scava davvero in profondità, perché ci parla di cinema toccando ogni sua componente estetica e concettuale (dal realismo in apparenza banale del padre che accompagna la figlia, fino alle immagini disturbanti di Monsieur Merde, il mostro che ha sempre turbato le nostre visioni). Ma c’è anche spazio per la musica, per gli effetti speciali (strepitoso il segmento nella camera sensoriale) e per un finale addirittura emozionante.
C’è chi ama questa pellicola e c’è anche chi la detesta, noi possiamo soltanto dire che le sensazioni positive aumentano di volta in volta, perché “Holy Motors” è come un libro da sfogliare capitolo dopo capitolo, un prezioso volume in cui sono contenute tutte le informazioni più sensibili che ci permettono di decriptare i segreti del cinema. Quando la logica viene soppiantata dalla purezza del contenuto artistico, l’interpretazione stessa dell’opera diventa un mero fattore soggettivo che ognuno di noi deve ritrovare all’interno del proprio intimo rapporto con il cinema, nella memoria e nell’esperienza. “Holy Motors” è tutto questo all’ennesima potenza.

5

(Paolo Chemnitz)

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