Hogar

hogardi Àlex Pastor e David Pastor (Spagna, 2020)

“Hogar” (da noi banalmente intitolato “Dov’è La Tua Casa”) è sbarcato da poco su Netflix. Nonostante una locandina poco appariscente e un trailer incapace di far scattare in noi la fatidica scintilla, abbiamo deciso di dargli una chance: il motivo è semplice, si tratta infatti di un thriller realizzato in Spagna, un paese che proprio in questo genere ha dato il meglio durante gli ultimi anni. Pellicole dure, ciniche e infami, non a caso i due registi Àlex e David Pastor (qui alla terza fatica) pescano a piene mani dall’ottimo “Bed Time” (2011) di Jaume Balagueró, uno dei vertici della suddetta recente produzione iberica.
Il personaggio interpretato dal bravo Javier Gutiérrez ha molto a che spartire con il sociopatico César visto in “Bed Time”, nel cui ruolo c’era invece Luis Tosar: due individui che agiscono entrambi mossi dall’invidia e dal piacere nel provocare disgrazie ad altre persone, con la differenza che il protagonista di “Hogar” – un pubblicitario rimasto senza lavoro (Javier Muñoz) – sembra ancora più spietato. Non è certo facile per lui abbandonare un appartamento di lusso per andare a vivere in un piccolo tugurio, senza contare i suoi legami familiari ormai deteriorati, anche con un figlio obeso chiuso nella sua vergogna. Tuttavia Javier possiede ancora una copia delle chiavi della vecchia abitazione, nel frattempo occupata da un ricco manager (Tomás), dalla moglie e da una graziosa bambina. Grazie a una serie di espedienti, l’uomo entra a suo piacimento all’interno della precedente casa, manipolando la vita stessa di questi ignari inquilini fino a ribaltarla completamente.
Non lasciamoci trarre in inganno da una regia fin troppo televisiva e da una serie di forzature narrative a dir poco assurde, Àlex e David Pastor non sono interessati alla realtà ma al superamento della stessa attraverso il peggiore dei comportamenti umani: la perdita del proprio status sociale e la riconquista del territorio aumentano ancora di più la ferocia di Javier, astuto e perfido nel raccontare bugie, nell’assecondare la più bieca perversione e nel saper approfittare delle debolezze altrui. “Hogar” per certi versi guarda addirittura a “Parasite” (2019), perché nella lotta di classe vince il più furbo, soprattutto se riesce a intrufolarsi in quel mondo che non gli appartiene (più). Il soggetto è dunque relativamente originale, ma il risultato è alquanto convincente, grazie soprattutto al ritmo forsennato di alcune scene e a una tensione che si taglia con il coltello.
Inoltre è da rimarcare il fatto che il protagonista sia un talentuoso pubblicitario rimasto senza lavoro: scatta così inesorabilmente la riflessione sul potere della pubblicità, capace di intortare la gente con i suoi messaggi spesso ingannevoli. Un parallelo che funziona bene, al contrario delle tante incongruenze del plot che rappresentano un limite oggettivo non indifferente. Se sapete chiudere un occhio su questo aspetto, “Hogar” ha tutte le carte in regola per lasciarvi in bàlia di un personaggio tra i più ripugnanti visti di recente sullo schermo.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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