Mommy

mommydi Xavier Dolan (Canada, 2014)

Uno dei registi più chiacchierati dell’ultima decade trascorsa è sicuramente il giovane Xavier Dolan (classe 1989), per alcuni vero e proprio enfant prodige del cinema contemporaneo, per altri invece un cineasta sopravvalutato. Il canadese ha cominciato la sua carriera come attore (a soli diciannove anni interpreta Antoine nel celebre “Martyrs” di Pascal Laugier), per poi partire a raffica passando anche dall’altra parte della telecamera e girando la bellezza di otto film in appena due lustri. Un ruolino di marcia invidiabile, in cui sono usciti fuori molti aspetti autobiografici della sua vita privata (Dolan è gay dichiarato). In tutta onestà, non tutte le sue pellicole ci hanno impressionato allo stesso modo, tra queste però “Laurence Anyways” (2012), “Tom À La Ferme” (2013) e soprattutto “Mommy” (2014) ci hanno permesso di assaporare il meglio di questo talentuoso ragazzo. In effetti “Mommy” è un piccolo capolavoro del cinema drammatico, una storia talmente profonda e dolorosa da riuscire a toccare anche le corde più lontane della nostra sensibilità.
Le vicende sono ambientate in una sorta di futuro prossimo, in cui incontriamo una mamma rimasta vedova (Diane) alle prese con un figlio adolescente (Steve) affetto dalla sindrome da deficit di attenzione: Steve è un ragazzo turbolento, a tratti violento e incontrollabile, il quale torna in custodia dalla madre per un ultimo disperato tentativo di recupero. Non è facile però ristabilire questo rapporto di convivenza, anche quando la dirimpettaia Kyla entra nella quotidianità dei due, portando inizialmente una ventata di ottimismo nella casa. Questo giovane dal viso angelico può infatti trasformarsi in una belva nel giro di un attimo, mostrando comportamenti aggressivi e provocazioni persino di natura sessuale. “Mommy” si rivela dunque un film inesorabilmente amaro, un lungometraggio dove i personaggi sognano la serenità nonostante il loro mondo sia privo di speranza.
20d23fe0334b0d936dd7faf945569e48Le due ore abbondanti dell’opera ci incollano letteralmente allo schermo, dopotutto è impossibile non restare indifferenti davanti alla prorompente interpretazione di Antoine Olivier Pilon (suo il ruolo di Steve) e degli altri attori, ognuno dei quali volutamente ingabbiato dentro un formato 1:1 (in cui si entra uno alla volta). Una scelta studiata per accentuare la tensione psicologica dipinta sui visi, una claustrofobia latente che non è possibile scacciare via neppure attraverso una fotografia ariosa e solare in cui predomina una bianca luminosità. Quando invece Dolan allarga l’inquadratura in 16:9, lo fa perché quel raro momento di spensieratezza possa essere ricordato come un piccolo miracolo all’interno di una realtà infernale.
“Mommy” è un film estremo, morboso e tormentato, nonostante il tocco delicato del regista, capace di porre la nostra attenzione sulla dura complementarità dei sentimenti senza per forza cedere a spettacolarizzazioni gratuite (ci pensano gli ottimi dialoghi a generare ansia e agitazione). Buone anche le scelte in ottica musicale, si passa infatti dagli Oasis a Lana Del Rey, in una sognante quanto crudele discesa nel baratro, un punto di non ritorno sottolineato da un finale encomiabile, malgrado tutto. Premio della giuria a Cannes nel 2014, seguito da dodici minuti di applausi ininterrotti. Il miglior Dolan di sempre.

5

(Paolo Chemnitz)

mo

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