American History X

american history xdi Tony Kaye (Stati Uniti, 1998)

Gli onesti lavoratori americani oggi vengono ignorati e trattati di merda perché il loro governo si preoccupa più dei diritti costituzionali di un gruppo di persone che non hanno la cittadinanza. Stiamo perdendo la libertà per permettere a degli stranieri di venire qui a spellare il nostro paese”. Stati Uniti 1998, eppure una frase del genere l’abbiamo sentita centinaia di volte durante gli ultimi anni anche qui in Italia. “American History X” è un film incredibilmente attuale capace di anticipare molti argomenti scottanti – da tempo sulla bocca di tutti – legati al razzismo e all’immigrazione (tematiche per giunta amplificate dall’uso distorto dei social network). Giusto quindi approfondire dopo oltre due decenni quella che possiamo ritenere una pellicola mainstream di taglio estremo, sia per il controverso soggetto trattato, sia per la violenza esplicita in essa contenuta.
Edward Norton è Derek, un naziskin finito in carcere per aver ammazzato due ladri di colore che cercavano di rubargli l’automobile: intuiamo immediatamente che tutte le scene girate in bianco e nero fanno parte del passato di Derek, perché nel presente lo ritroviamo invece cambiato, dopo una traumatica esperienza in prigione (stupro incluso) che gli ha permesso finalmente di aprire gli occhi sulle sue posizioni suprematiste. Ora il compito del protagonista è quello di far cambiare idea anche al fratello Danny, un ragazzetto talmente carico di odio verso gli ebrei e i ne(g)ri da consegnare al suo professore un tema in cui viene elogiato il Mein Kampf.
bfd521838683e52efb8e7d69d3f95500“American History X” è un film di rancore e di redenzione costruito sapientemente da un debuttante Tony Kaye, regista britannico figlio di genitori ebrei. L’alternanza tra i flashback e le vicende attuali è gestita con assoluta disinvoltura, in tal modo queste due ore di visione scivolano via in un batter d’occhio: i dialoghi, la fotografia, la prova stratosferica di Edward Norton, tutto funziona alla perfezione anche se queste peculiarità non devono comunque trarre in inganno, perché un vero capolavoro si basa pure su altri aspetti non meno importanti. Certo, “American History X” è un’opera di alto livello, ma è giusto sottolineare almeno due punti oscuri che forse nel 1998 furono perdonati con un po’ di superficialità. Prima di tutto, quello di Tony Kaye è un film didascalico, un prodotto quindi facilmente vendibile a un pubblico più ampio però allo stesso tempo poco incline a sondare con maggiore profondità l’argomento trattato, colpa di alcuni eccessivi (ed evitabili) stereotipi. Lo stesso cambiamento repentino di Edward ci appare onestamente artificioso, specialmente durante una seconda parte in cui il plot procede seguendo uno schema predefinito. Peccato, perché il finale amaro riesce invece a smarcarsi da un certo buonismo di fondo assaporato in qualche passaggio della pellicola.
La violenza esplicita di “American History X” non lascia indifferenti: l’incipit o l’irruzione nel supermercato mettono davvero i brividi perché sguinzagliano la peggiore rabbia incontrollata, una cattiveria presente anche nel linguaggio sboccato (la parola fuck è utilizzata 214 volte) e in quella fisicità prorompente sinonimo di aggressività pronta a esplodere da un momento all’altro. Una scelta necessaria che ancora oggi ci fa riflettere su quanto possa essere stupido dividere gli esseri umani in bianchi o neri, al di là della propria appartenenza razziale, sociale o religiosa. La verità è che “American History X” sembra girato ieri e non alla fine dello scorso secolo, fin troppo facile indovinare il perché.

4

(Paolo Chemnitz)

American-History-X-Wallpapers

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