Silence

silencedi Martin Scorsese (Stati Uniti, 2016)

Non è necessario portare qualcuno da una parte o dall’altra, se c’è così tanto da condividere”, eppure nel corso dei secoli gli scontri e le divisioni tra le varie confessioni religiose hanno generato solo caos, persecuzioni e guerre. Anche il tentativo di cristianizzazione del Giappone ha incontrato non poche difficoltà: già diffusosi durante il XVI° secolo grazie all’opera di alcuni missionari portoghesi, questo tentativo di evangelizzazione si scontrò duramente con lo shogunato Tokugawa (una rivolta dei contadini cattolici avvenuta nel 1637 diede inizio a un lungo periodo di repressione).
Ispirandosi all’omonimo romanzo di Shūsaku Endō (scrittore convertitosi al cattolicesimo all’età di undici anni), Martin Scorsese modella con lo sceneggiatore Jay Cocks questo atipico “Silence”, un dramma storico in gestazione da oltre quattro lustri che si pone come riflessione teologica ben distante dalle più celebri pellicole del regista. Il titolo dell’opera si riferisce al silenzio di Dio davanti alla presenza del male, un mancato intervento che in questo caso si manifesta nella sofferenza e nel martirio dei cristiani, costretti a rinnegare la loro fede per non essere torturati e uccisi. Una splendida location magnificamente fotografata ci prende per mano e ci consegna quasi tre ore di vero cinema, nonostante per alcuni fan questo “Silence” sia nato come un film sconfitto in partenza (sensazione poi testimoniata dal conseguente flop al botteghino). Ma da un cineasta ormai agli sgoccioli della carriera non potevamo che attenderci una forte carica introspettiva, un po’ come accaduto nell’ultimo “The Irishman” (2019), uno sguardo più intimo che nel caso in esame coincide con il confronto tra due modi di intendere la spiritualità. Un confronto senza vincitori né vinti, perché Scorsese si mantiene equidistante dai personaggi principali lasciandoli in balìa delle loro ferme posizioni, con tutte le conseguenze del caso.
“Silence” è una pellicola che impressiona soprattutto nelle poche ma pungenti scene di tortura, un passaggio che attraverso la crocifissione ricongiunge la vittima con la figura di Gesù. In mezzo a queste dolorose sequenze si sviluppa invece un film non sempre lucido nei dialoghi (a volte poco ispirati), un prodotto che però rilancia con successo il complicato approccio occidentale alle vicende accadute dall’altra parte del globo: non è facile infatti per un americano saper cogliere aspetti e sensibilità di un mondo così diverso, al di là della lunga esperienza di Scorsese, un regista che qui sembra guardare con assoluto rispetto agli eventi accaduti durante quel periodo. Tuttavia molte domande restano senza risposta, anche se la doppia lettura di “Silence” (il punto di vista dei gesuiti e quello dei giapponesi) ci permette di aggirare qualsiasi verità assoluta, mettendoci davanti a una duplice prospettiva complementare che si annulla dal momento in cui si scontrano questi due termini, evangelizzazione (forzata?) e repressione (obbligata?).
Solitamente il cinema di Martin Scorsese ci ha abituati a grandi interpreti capaci di fare il bello e il cattivo tempo sul set, figure carismatiche questa volta lasciate sullo sfondo: il cast infatti non convince, a cominciare dal troppo curato Andrew Garfield nel ruolo di Padre Sebastião Rodrigues, mentre la versione italiana paga un doppiaggio alquanto discutibile che penalizza le peculiarità stesse di alcuni attori. Pur non essendo quindi esente da difetti, “Silence” è comunque un lavoro di spessore che si riappropria di alcune tematiche che da sempre hanno affascinato il regista italo-americano, il quale aveva già toccato argomenti di carattere religioso in “L’Ultima Tentazione Di Cristo” (1988) e in “Kundun” (1997). “Silence” chiude dunque il cerchio con classe e umiltà (parola da leggere positivamente), senza regalare nulla allo spettacolo e lasciando aperto quel flusso di quesiti universali da secoli insiti nell’uomo. Una pellicola abbastanza snobbata che rischia di finire nel dimenticatoio: sarebbe davvero un peccato non concedergli neppure una chance.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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One thought on “Silence

  1. Questo è stato un film di Scorsese veramente ottimo dove ci sono dei personagi veramente profondi e tridimensionali e si parla di tematiche legate alla fede e il credo. Ci sono rimasto veramente male quando scopriì che in pochi erano andati a vederlo. E mi dispiace che il suo The Irishman sia finito su Netflix, perché Scorsese merita di essere visto sul grande schermo.

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