Vital

vitaldi Shinya Tsukamoto (Giappone, 2004)

C’è una profonda questione di sensibilità alla base della differenza tra melodramma di taglio commerciale e questo tipo di melodramma, a cui bisogna aggiungere quello sguardo tipicamente orientale che ne avvalora metafore e significati. Con “Vital” Shinya Tsukamoto lascia momentaneamente da parte il rapporto tra essere umano e contesto urbano, parlandoci invece della riscoperta della propria identità attraverso l’amore. Un romanticismo estremo distante chilometri dalle derive strappalacrime tipiche di alcune pellicole mainstream, anche perché in “Vital” questo percorso è costantemente in bilico tra la vita e la morte e si anima per mezzo della dissezione di un cadavere.
In seguito a un terribile incidente stradale, il giovane Hiroshi (Tadanobu Asano, tre anni prima impegnato nel cult “Ichi The Killer”) perde la memoria ma soprattutto la fidanzata Ryôko, rimasta uccisa nello scontro. Una volta uscito dal trauma e con il costante supporto dei genitori, il ragazzo riprende gli studi di medicina dedicandosi all’anatomia, una disciplina che esercita su di lui un grande fascino: Hiroshi trascorre così gran parte del suo tempo insieme a un gruppo di colleghi, dedicandosi con loro all’autopsia di una donna da poco deceduta. Nonostante le amnesie, il protagonista presto si rende conto che quel corpo appartiene alla sua amata ormai defunta, una scoperta che si trasforma in ossessione, perché scavare nelle viscere di quel cadavere per Hiroshi significa rigenerare l’essenza del (suo) passato e del (suo) presente.
“Vital: Autopsia Di Un Amore” (questo il titolo completo in italiano) è il lungometraggio più terreno di Shinya Tsukamoto, un’esperienza meno turbolenta ed esplosiva eppure capace di spostare la realtà su un piano sovrannaturale alquanto conturbante. Nella prima parte del film Hiroshi non parla, sembra quasi un sonnambulo, ma attraverso questa silente introspezione (un’inevitabile elaborazione del lutto) riusciamo a scorgere un dolore lancinante che a un certo punto si libera sia nei sogni che tra gli organi di quel cadavere, in un’alternanza che congiunge un livello onirico a un altro puramente carnale. Anima e corpo dunque, una fusione perfetta che prende il volo grazie a una (necro)poetica di rara intensità.
Lontano dalle ferraglie metropolitane (“Tetsuo”) o dal perverso voyeurismo filtrato dalla pioggia battente e dalle luci blu (“A Snake Of June”), Tsukamoto ci propone qualcosa di diverso, un lungometraggio che invece di contaminare o distruggere percorre una via inversa, quella che conduce dalla morte alla pace interiore. Una riscoperta del sé che altro non è che una nobile parabola spirituale, un viaggio intimo che si confronta anche con l’ambiguo personaggio di Ikumi, il terzo incomodo di un triangolo amoroso tanto macabro quanto stimolante. “Vital” ci permette così di scoprire l’ennesima sfaccettatura di un grande regista a suo agio persino in territori più convenzionali: il risultato è un film lineare, lirico e a tratti (volutamente) apatico ma non per questo meno intrigante e originale di altri da lui diretti. Il cinema come esperienza di purificazione.

4

(Paolo Chemnitz)

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