Hardware

hardwaredi Richard Stanley (Gran Bretagna, 1990)

Quando il budget non è alto, il cinema di fantascienza può giocarsi tante altre carte: la fotografia, le scenografie, la colonna sonora e molte altre felici intuizioni, praticamente quello che ha fatto Richard Stanley al suo primo lungometraggio, un film che sulla carta non inventa nulla di nuovo, assemblando atmosfere e iconografie del passato all’interno di un polveroso e avvolgente contesto post-apocalittico. Citazioni sparse per “Mad Max” (1979), “Blade Runner” (1982) e “Terminator” (1984), oltre che per un certo immaginario western contaminato dalla più annichilente carica distopica.
Le prime sequenze di “Hardware – Metallo Letale” sono entrate nella storia del cinema cyberpunk: sotto a un cielo radioattivo color arancio, in un deserto sconfinato, un nomade trova i resti di un robot creato per scopi militari. Quel nomade con la maschera antigas è Carl McCoy dei Fields Of The Nephilim, un personaggio che all’epoca si prestava alla perfezione per l’interpretazione di quel ruolo (guardatevi il video di “Preacher Man”, anno 1987). Una volta venduti a un rigattiere, questi pezzi del cyborg finiscono successivamente nelle mani della giovane scultrice Jill (Stacey Travis), la quale però ignora le capacità di autorigenerazione del robot e la sua potenza distruttiva.
0jNdgIO“Hardware” si può dividere in due segmenti ben distinti, un primo preparatorio dove facciamo conoscenza dei vari personaggi e del mondo devastato e inquinato in cui essi sono costretti a vivere (“è stupido, suicida e sadico avere dei figli in questo momento”). In questa fase prevalgono le suggestioni, quel mood assolutamente cupo e pessimista che si irradia fino al cielo attraverso quei bagliori rossastri che tanto profumano di fine del mondo. Quando il cyborg riesce a ricomporsi, l’opera si piega invece a dinamiche di taglio action non meno intriganti anche se inevitabilmente limitate dal budget complessivo della pellicola. Stanley realizza comunque un cult nel genere di riferimento, un manifesto di controcultura apocalittica che in molti ricordano soprattutto per la presenza di Lemmy (un tassista che giustamente ascolta i Motörhead!) o di Iggy Pop (il telepredicatore), mentre sullo schermo si avvicendano anche brani di Public Image Limited e Ministry.
Nel film sono presenti alcuni riferimenti biblici importanti, non a caso il nome del cyborg è Mark 13, un rimando esplicito al Vangelo secondo Marco e alla frase contenuta in esso “nessuna carne verrà risparmiata”. “Hardware” non si pone limiti ed è questa la chiave della sua riuscita: è violento, è sporco, è esoterico e ci conduce per mano fino all’esasperazione, perché mostra una civiltà al collasso (la nostra, forse) in cui la tecnologia è completamente fuori controllo. Un futuro nero raccontato con genuina passione e notevole visionarietà.

4

(Paolo Chemnitz)

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