Threads

threadsdi Mick Jackson (Gran Bretagna, 1984)

Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza guerra mondiale, ma la quarta sarà combattuta con i bastoni e con le pietre”. Questa frase, attribuita ad Albert Einstein, lascia trasparire tutti i timori di un ipotetico conflitto nucleare, un leitmotiv che ritroviamo ossessivamente durante la lunga stagione della guerra fredda. Con il trascorrere degli anni, accanto alle varie e fantasiose pellicole di stampo apocalittico (di matrice sci-fi) o sulla scia di alcuni documentari sul tema (“The War Game” è del 1966), vengono realizzati una manciata di prodotti televisivi pregni di agghiacciante realismo: finiamo così negli 80s, quando sul primo canale nazionale (RAI inclusa) ci si poteva imbattere in visioni di questo tipo. Non tanto l’americano “The Day After” (1983) – fin troppo annacquato nei contenuti – quanto il devastante “Threads” (da noi “Ipotesi Sopravvivenza”), un pugno nello stomaco che ancora oggi fa scorrere i brividi lungo la schiena.
Prodotto in collaborazione con la BBC e diretto da Mick Jackson, “Threads” ci porta nel cuore pulsante di Sheffield, nota città industriale del Regno Unito: seguiamo la vita di due famiglie come tante, mentre sullo sfondo il governo britannico si trova a dover gestire una crisi sempre più profonda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Quando scoppia la guerra (in cui è coinvolta anche la Gran Bretagna), i vari personaggi del film si ritrovano costretti a lottare per sopravvivere alle conseguenze sanitarie, economiche e ambientali di un attacco nucleare. Prima e dopo la catastrofica esplosione, l’opera si muove su scala temporale descrivendoci con impressionante dovizia di particolari ciò che accade in quel luogo. Dal giorno seguente alla tragedia (in cui muoiono immediatamente decine di milioni di persone), saltiamo al mese successivo e poi ancora all’anno dopo, quando tra le ceneri ancora fumanti iniziano a rivedersi i primi raggi di sole. L’inverno nucleare ha però devastato ogni cosa, riportando la popolazione superstite a un nuovo Medioevo, dove bisogna fare i conti con la propagazione delle malattie (colera, tifo, tumori), con una carestia diffusa (il cibo è un miraggio) e con l’istituzione di atroci leggi marziali. Uno sconcertante worst case scenario.
Le due ore scarse di “Threads” si snodano seguendo sia le linee guida della docufiction (la voce fuoricampo), sia contemplando una lenta ma avvolgente narrazione di taglio drammatico, un adeguato bilanciamento tra le strazianti immagini del cataclisma ed alcune nozioni scientifiche atte a spiegarci le conseguenze di tale avvenimento. Ma fin dalle prime sequenze e molto prima della deflagrazione stessa, si respira un’atmosfera angosciante che si stringe al collo di noi spettatori, un’escalation di morte e disperazione che soffoca lasciando presagire il peggio.
Neppure il cinema horror era mai riuscito a raggiungere un tale livello di insostenibilità, “Threads” è infatti una delle esperienze più malsane e disturbanti mai toccate dalla settima arte. Immaginatevi un mondo primordiale, il peggior mondo primordiale possibile, dove la persona più sana ha le piaghe e vomita di continuo, vivendo stipata con altri esseri umani in qualche rifugio improvvisato. Speriamo che questo atroce panorama non si avveri mai, c’è da non dormire per intere notti dopo una visione di tale potenza.

5

(Paolo Chemnitz)

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