Alps

alpsdi Yorgos Lanthimos (Grecia/Stati Uniti, 2011)

Il gelido linguaggio estetico di Yorgos Lanthimos trova il suo apice estremo in “Alps” (“Alpeis”), un’opera criptica e complessa che anche a distanza di tempo non è riuscita completamente a fare breccia nel cuore dei tanti estimatori del regista greco. Una pellicola probabilmente schiacciata all’interno di una filmografia che poco prima ci aveva consegnato il must “Kynodontas” (2009) e quattro anni dopo il notevole “The Lobster” (2015), un lavoro quest’ultimo che ha permesso a Lanthimos di approcciare le alte sfere del cinema internazionale.
Concettualmente parlando, “Alps” ha un soggetto molto potente che si basa sull’elaborazione del lutto: la sua vena straniante e surreale non riesce però a svilupparsi con la stessa dinamicità con la quale Lanthimos ci aveva parlato di famiglia disfunzionale (ancora “Kynodontas”) o di società e costrizioni culturali (ancora “The Lobster”). Ma a cosa si riferisce il titolo del film? “Alps” è il nome di una squadra formata da un paramedico, da un’infermiera, da una ginnasta e da un allenatore. Questi quattro individui si sostituiscono sotto compenso alle persone appena defunte per aiutare amici e parenti a lenire il dolore in seguito alla morte dei loro cari (“ho scelto Alpi fondamentalmente per due motivi. Il primo è perché non rivela nulla di ciò che facciamo. Il secondo motivo è prettamente simbolico, se infatti nessun’altra montagna può sostituire una montagna delle Alpi, le Alpi stesse possono prendere il posto di tutte le altre”). Un team basato su delle regole ben precise e sulla fiducia reciproca, fiducia che viene meno quando l’infermiera mente agli altri del gruppo.
Anche questa volta Lanthimos può contare su ottimi interpreti, specialmente le due donne, Angeliki Papoulia (una fedele del regista) e Ariane Labed (esplosa l’anno prima con “Attenberg” di Athina Rachel Tsangari). Peccato che l’oltranzismo cinematografico di “Alps” finisca per penalizzare l’intero prodotto, un integralismo che si materializza come se ci trovassimo davanti a un blocco di cemento che cade improvvisamente dall’alto: diventa quindi impossibile entrare in simbiosi con i protagonisti (pure per noi sarebbe stato interessante sostituirci a qualcuno), ma è soprattutto la struttura contorta, nebulosa, sadica (il colpo con la clava) e grottesca di “Alps” a lasciare qualche dubbio, perché col trascorrere dei minuti il meccanismo messo in scena dal regista rischia seriamente di risultare indigesto (a differenza di altre sue opere, se escludiamo il primissimo e sperimentale “Kinetta”, a cui “Alps” inesorabilmente si aggancia).
Questo film ci parla ovviamente di identità, di quella recita quotidiana che trova il suo riflesso perfetto nella maschera pirandelliana di “Uno, Nessuno e Centomila”, la disgregazione della propria individualità attraverso la moltiplicazione dell’io. Stavolta però Yorgos Lanthimos non è approdato dove in realtà sarebbe voluto arrivare, lasciandoci un prodotto fin troppo intellettuale per navigare a vele spiegate fino alla meta. Fascino indiscutibile ma ermetismo a profusione.

3

(Paolo Chemnitz)

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