Zombi Child

zombi childdi Bertrand Bonello (Francia, 2019)

Con il precedente “Nocturama” (2016) Bertrand Bonello aveva omaggiato non troppo velatamente il cinema di George A. Romero, ambientando la parte finale della sua pellicola all’interno di un inquietante centro commerciale in cui mancavano soltanto i morti viventi. Suggestioni e sensazioni che stavolta aprono la strada a una rivisitazione esplicita legata al mondo degli zombi, già a partire dal titolo. Il regista di Nizza però guarda ancora più indietro, ritornando a quelle radici antropologiche del vudù haitiano che non possono non chiamare in causa film come “White Zombie” (1932) oppure “Ho Camminato Con Uno Zombi” (1943).
L’opera si muove attraverso due piani temporali differenti: una parte della storia è ambientata ad Haiti nel 1962 (dove un tale Clairvius Narcisse viene impiegato come lavoratore nelle piantagioni di zucchero dopo essere stato riportato in vita), mentre la narrazione si sposta nel presente quando gli eventi si sviluppano in Francia, in un prestigioso collegio femminile dove possono accedere soltanto le ragazze imparentate con gli appartenenti all’ordine della Légion d’Honneur. Qui incontriamo la giovane Mélissa, discendente diretta di Clairvius, un’adolescente silenziosa e solitaria definita weird dalle sue compagne. Quando Mélissa entra in confidenza con alcune di loro, i racconti personali dei suoi segreti di famiglia scatenano qualcosa di irreparabile che sfocia in un epilogo dai contorni puramente horror.
“Zombi Child” prima di tutto è un film drammatico, per alcuni aspetti addirittura un teen drama capace di insinuarsi sottopelle minuto dopo minuto attraverso una tensione latente che diventa persino strisciante inquietudine. Il personaggio di Mélissa incarna tutto ciò: i suoi versi notturni, i suoi comportamenti, nulla può lasciarci indifferenti perché fin da subito conosciamo la sua provenienza e sappiamo quello che è accaduto in quella lontana isola dei Caraibi da cui lei proviene. Questo rimbalzo continuo tra Haiti e Francia è una chiave di lettura originale che Bonello riesce a gestire alla perfezione, mettendo a fuoco la carica magica e rituale di queste oscure tradizioni con un taglio di natura prettamente antropologico (in tal caso può tornare in mente Wes Craven e il suo “Il Serpente e L’Arcobaleno”). Anche le inquadrature e i movimenti della mdp sono studiati ad hoc, “Zombi Child” è infatti un film avvolgente, un lavoro che si stringe al collo fino a soffocare ogni possibilità di separare nettamente i due luoghi nei quali prendono vita gli eventi. L’essenza della pellicola è tutta in questo continuo scambio, una contaminazione che infine si manifesta nel soggetto più ambiguo della catena (quella della piccola Fanny è una figura controversa e intrigante).
Nonostante un budget meno elevato rispetto al passato, con “Zombi Child” Bertrand Bonello ha apportato nuova linfa a un percorso artistico non sempre apprezzato dalla critica e dal pubblico: se il livello delle sue pellicole continua ad assestarsi piuttosto in alto sotto molteplici punti di vista, in questo caso è il soggetto dell’opera a fare la differenza, così come la messa in scena. Non i soliti zombi, non i soliti capricci di qualche ricca ragazzina. Molto di più.

4

(Paolo Chemnitz)

zchild

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