Clean, Shaven

clean, shavendi Lodge Kerrigan (Stati Uniti, 1993)

Quello di Lodge Kerrigan è un debutto tra i più coraggiosi visti durante l’ultima decade dello scorso secolo. “Ho cercato di esaminare la realtà soggettiva di qualcuno che ha sofferto di schizofrenia, per provare a mettere il pubblico nella posizione di percepirne i sintomi come io immagino che siano: allucinazioni uditive, paranoia crescente, sentimenti dissociativi, ansia. Nasce così “Clean, Shaven”, un film basato su lunghi silenzi (ascoltiamo il primo dialogo dopo oltre dieci minuti) e su un minimalismo esasperato il cui compito è quello di esplorare le turbe mentali del protagonista, un personaggio fin da subito ambiguo e poco rassicurante.
Peter Winter (Peter Greene) è appena uscito da un istituto di igiene mentale: il mondo che lo circonda gli è completamente estraneo e come un essere alienato l’uomo inizia a cercare la figlia Nicole, da tempo affidata a una madre adottiva. Tuttavia il sentiero percorso da Peter è pieno di imprevisti, molti dei quali sono inesorabilmente associati alla sua salute precaria. Egli infatti viene coinvolto nelle indagini riguardanti una ragazzina appena assassinata, un caso affidato a un detective che si mette immediatamente sulle sue tracce, convinto di avere a che fare con un mostro.
In “Clean, Shaven” l’approccio alla schizofrenia è raccontato con sobrietà e serietà, come se una coltre di gelo avesse immobilizzato qualunque tentativo di dare spazio allo spettacolo. Il regista americano segue infatti la strada del rigore, scandagliando a fondo le stranezze del protagonista attraverso un turbine di ossessioni a tratti spaventose (la paura di guardarsi allo specchio oppure la convinzione di avere dei trasmettitori installati sotto la pelle). Anche per questo motivo “Clean, Shaven” anticipa in qualche modo le psicosi di “Spider” (2002) o le allucinazioni contagiose di “Bug” (2006). L’utilizzo intelligente del sonoro e le insistenti inquadrature sul volto di Peter delineano al meglio le caratteristiche della pellicola, spesso sospesa in un limbo dove non sembra che debba accadere un granché: bisogna invece pazientare e attendere, perché “Clean, Shaven” funziona soprattutto nella sua (credibile) stranezza anestetizzante, abile nel saper annichilire l’esistenza del protagonista senza mai forzare tempi e azioni. Lodge Kerrigan ci fa sospettare di lui, accumula situazioni che affossano la sua innocenza, mettendo poi a dura prova la nostra sensibilità in un finale nero come la pece.
Quello di “Clean, Shaven” è un approccio al cinema tutt’altro che immediato, spesso sfiancante, eppure solo con una simile estetica era possibile penetrare così a fondo nella testa malata di un individuo. Avevamo già imparato questa lezione con “Angst” (1983) – guarda caso conosciuto anche con il titolo “Schizophrenia” – quell’opera maestra diretta da Gerald Kargl capace di consegnarci una nuova prospettiva legata agli orrori presenti dentro una mente disturbata. Kerrigan si muove in territori diversi, sicuramente meno perversi e angoscianti, ma colpisce il bersaglio con stile e personalità.

3,5

(Paolo Chemnitz)

clean shaven

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