Gwen

gwendi William McGregor (Gran Bretagna, 2018)

Il regista e sceneggiatore britannico William McGregor, qui al suo debutto, ha sviluppato lo script di “Gwen” seguendo quanto già fatto in precedenza con un corto del 2009 intitolato “Who’s Afraid Of The Water Sprite?”. Ne è uscito fuori un folk-drama di taglio mystery esteticamente vicino a “The Witch” (2015) ma stavolta ambientato nel Galles rurale durante il periodo della rivoluzione industriale. Se pensiamo che le vicende del film si svolgono nel diciannovesimo secolo, questo salto all’indietro non sembra neppure così eclatante, eppure risulta utile per chiamare in causa i cambiamenti sociali del periodo legati all’inesorabile avanzata del progresso.
Già selezionato a Toronto nel 2018, questo lavoro è principalmente una storia di donne che cercano di sopravvivere facendo di necessità virtù, poiché molti uomini hanno lasciato la patria per combattere la guerra di Crimea contro il nemico russo. Gwen (brava la giovane Eleanor Worthington-Cox) vive in una casetta isolata con la sorella più piccola e con la madre Elen, con cui ha un rapporto alquanto burrascoso: intorno a quel luogo alcuni speculatori si aggirano come avvoltoi, approfittando della vulnerabilità delle tre protagoniste. Inoltre Elen è malata e Gwen è ancora troppo ingenua per prendere in mano le redini della situazione, presto infatti gli eventi degenerano anche per una serie di strani accadimenti che si abbattono su quella collina (a farne le spese sono un gregge di pecore e un povero cavallo che bisogna sacrificare).
L’approccio di William McGregor è interessante, poco spettacolo e molta attenzione per le atmosfere, baciate da una cupa luce naturale che disegna scenari decisamente credibili. Un realismo storico di buona fattura, dove lo scontro campagna vs capitalismo incide a più riprese sugli eventi, incarnando lo scheletro di una pellicola che però sotto altri aspetti mostra tutti i suoi limiti: le buone notizie infatti si esauriscono qui, in quanto “Gwen” si dipana con eccessiva lentezza attraverso un minimalismo a tratti esasperante. Un percorso che rinuncia all’approfondimento di alcune dinamiche fondamentali (anche psicologiche), in pratica un contenitore ricco di premesse dove alla forma non corrisponde la sostanza.
C’è un ultimo aspetto che bisogna tuttavia sottolineare: “Gwen”, fin dalla prima inquadratura (la ragazza sta osservando il territorio circostante con uno sguardo malinconico), è un film costantemente plumbeo, opprimente, persino triste nel suo incedere, una prerogativa affascinante che fa aumentare i nostri rimpianti alla luce di quanto detto sopra. Il coltello non affonda e sul piatto resta un cinema di denuncia ben incastrato nell’epoca in cui si svolgono i fatti, con l’elemento pagano che comunque rimane un po’ in disparte, lasciandoci intuire che il regista forse era interessato ad altro: purtroppo così la concretezza si disperde e le tante idee abbozzate non penetrano a dovere nella sensibilità dello spettatore.

2,5

(Paolo Chemnitz)

gwen1

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...