Amores Perros

apdi Alejandro G. Iñárritu (Messico, 2000)

Il primo Iñárritu non si scorda mai, per tanti motivi. Con “Amores Perros” entriamo nel nuovo secolo, un passaggio che per il cinema messicano significa l’inizio di una lunga stagione di successi su scala internazionale. I tanti premi ricevuti in giro per il mondo permettono al regista di crescere e di proseguire su questa strada, affiancato da altri nomi in procinto di esplodere da lì a poco (Guillermo Del Toro, Alfonso Cuarón e Carlos Reygadas). “Amores Perros” è però anche il frutto di una lunga gavetta fatta di sacrifici, perché l’infanzia di Iñárritu non è stata affatto facile (prima di trovare la retta via, il futuro regista lavorava come mozzo sulle navi cargo in pieno oceano). Le esperienze maturate nel cuore di Città del Messico (e non solo) hanno marchiato con il fuoco il suo primo lungometraggio, nato in realtà come una serie di corti (undici in tutto) sulle contraddizioni di questa metropoli. La collaborazione con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga si è poi rivelata fondamentale (anche per i successivi “21 Grammi” e “Babel”), perché se “Amores Perros” funziona alla grande è soprattutto merito di uno script impeccabile.
Il film è suddiviso in tre episodi in parte concatenati tra loro, per un minutaggio che supera le due ore e mezza di durata: nel primo frammento il giovane Octavio (Gael García Bernal entra a gamba tesa nel mondo del cinema), innamorato della moglie del fratello ma privo di soldi per fuggire via con lei, decide di sfruttare il proprio cane per farlo combattere nei numerosi incontri clandestini che si svolgono in città. Un’escalation tesa e nevrotica (si tratta del miglior segmento della pellicola) che si conclude in modo inaspettato. La seconda parte del film è incentrata sulla ricca borghesia messicana, il protagonista è infatti un uomo benestante (Daniel) che lascia la moglie e i figli per andare a vivere – in un appartamento nuovo di zecca – con una celebre modella (Valeria) e il suo inseparabile cane: pure in questo caso la situazione degenera e il destino riserva alla donna una triste sorpresa. Infine il regista si concentra su un vecchio sicario (detto El Chivu), un individuo solitario che vive insieme a un branco di cani randagi. Anch’egli è testimone del medesimo tragico evento in cui sono coinvolti Octavio e Valeria, praticamente un buco nero che risucchia tutti i personaggi principali dell’opera.
tumblr_nghoigo4de1rm3u4ao1_400Dialoghi serrati (non troppo distanti da un certo appeal tarantiniano), fotografia sgranata, utilizzo dei flashback e tanto altro, “Amores Perros” è prima di tutto un film ingegnoso che scivola via sull’olio, grazie al talento di un regista all’epoca capace di sorprendere sia il pubblico che gli addetti ai lavori: oltre agli aspetti puramente estetici, c’è anche un fil rouge concettuale che tocca le corde più profonde della società messicana, dove la bestialità (i cani) e l’umanità (i protagonisti) si intersecano diventando un solo elemento. Un inferno che non risparmia nessuno, perché anche sotto ai piedi dei benestanti c’è un baratro pronto ad aprirsi e a inghiottire qualunque cosa (lo squarcio nel parquet della casa di Daniel e Valeria, in cui sprofonda persino il cane).
Nonostante i vari combattimenti, nessun animale è stato maltrattato durante le riprese (quelli che appaiono morti sono stati sedati e ricoperti di sangue), al contrario della troupe, più volte derubata da alcune gang per via delle molte sequenze girate nei quartieri più malfamati di Città del Messico. In fin dei conti “Amores Perros” è un atto di coraggio crudele e realistico, un film dove non esiste distinzione tra amore e violenza, perché nessun sentimento può esistere senza un corrispettivo che lo possa negare: ecco il motivo per cui bisogna buttare giù come un boccone amaro il lavoro di Alejandro González Iñárritu, senza chiedersi chi abbia ragione o meno. Su questo pianeta siamo tutte bestie in guerra.

4,5

(Paolo Chemnitz)

aperr

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