Il Giardino Di Cemento

il giardino di cementodi Andrew Birkin (UK/Francia/Germania, 1993)

“Il Giardino Di Cemento” (“The Cement Garden”) è uno splendido coming of age mai troppo celebrato in tempi recenti, sicuramente a causa dei suoi temi scabrosi. Eppure si tratta di una delle migliori pellicole britanniche dei primi anni novanta (Orso d’Argento a Berlino nel 1993), un dramma tanto delicato quanto crudele, di quelli che non si dimenticano (esattamente come l’omonimo libro di Ian McEwan da cui è tratto il film).
In un modesto edificio della Londra suburbana vive una famiglia composta da padre, madre e quattro figli, tra cui due adolescenti (Jack e Julie), una ragazzina più piccola (Sue) e un bimbo di sei anni (Tom). Quando il padre muore a causa di un’ischemia (notevole il montaggio alternato con la scena della masturbazione di Jack), la mamma dei ragazzi si ammala e passa a miglior vita poco dopo, lasciando i fanciulli senza alcuna figura di riferimento. Denunciare l’accaduto significherebbe finire dentro un orfanotrofio e ritrovarsi con la casa demolita, così Jack (interpretato dal belloccio Andrew Robertson) e Julie (Charlotte Gainsbourg – poi finita alla corte di Von Trier – all’epoca aveva ventidue anni) raccolgono delle buste di cemento che il padre aveva comprato il giorno prima di morire, le impastano e seppelliscono il corpo della madre in una sorta di sarcofago costruito in gran segreto. Da questo momento in poi nasce un nuovo nucleo domestico, completamente alienato dal mondo circostante e con determinate regole non scritte (che prevedono l’incesto, il travestitismo e altre pratiche duramente condannate dalla società). Un innocente gioco sovversivo destinato a durare fino a un certo punto.
“Il Giardino Di Cemento”, lo dice il titolo stesso, è un piccolo Eden messo in piedi quasi inconsapevolmente nel cuore di una periferia opprimente. Uno spazio autonomo ammantato di un grigio privo di speranza, un luogo dominato da una cupa fotografia che ci accompagna per mano dentro questa plumbea quotidianità: davanti allo stato di isolamento in cui vivono i ragazzi c’è un muro che non bisogna superare, dopotutto questa prigione li priva del contatto con il mondo esterno ma è l’unica soluzione per preservare un’indispensabile quanto complice unità familiare.
Nel film ogni tabù viene infranto con classe, Andrew Birkin riesce infatti a mettere in scena con poesia ed eleganza l’erotismo più pruriginoso evitando di scadere nel voyeurismo di bassa lega. Sensazioni che possono comunque turbare lo spettatore, pur incarnando il più fragile degli equilibri (è impossibile non provare empatia nei confronti di questi sfortunati orfanelli). Ci potremmo chiedere allora: se non esistessero gli adulti a impartirci regole e comportamenti, come sarebbe crescere senza alcun vincolo, sperimentando le esperienze di vita attraverso nuovi codici? “Il Giardino Di Cemento” risponde a più di una domanda, affiancandosi per certi versi a un’altra ottima pellicola uscita nello stesso anno (“Bad Boy Bubby”), dove invece a una degradante segregazione segue un ribaltamento che sfocia nella follia più incontrollata. Con la differenza che se nell’opera di Rolf De Heer riusciamo persino a divertirci, in quella di Birkin prevale un soffuso sentimento di tristezza, di amarezza e di dolore. Un piccolo capolavoro sospeso nel tempo.

4,5

(Paolo Chemnitz)

il giardino dc

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