Morto Não Fala

morto não faladi Dennison Ramalho (Brasile, 2018)

Spesso le nostre sale pullulano di horror sovrannaturali di dubbia qualità, pellicole usa e getta destinate a un pubblico più giovane o a quello comunque facilmente impressionabile con i soliti stereotipi che non vi stiamo qui a elencare. A volte bisogna spostarsi in periferia per trovare qualcosa di intrigante o di originale: “Morto Não Fala” (letteralmente significa i morti non parlano ma la sua denominazione anglofona è “The Nightshifter”) è infatti un lavoro decisamente interessante, un’opera capace di mescolare il macabro con l’ultraterreno in maniera lodevole.
Quando una persona passa a miglior vita, i suoi segreti finiscono nella tomba, a meno che non ti chiami Stênio (un bravo Daniel De Oliveira) e sei un uomo che lavora di notte nell’obitorio di São Paulo: egli è capace di comunicare con i defunti, riuscendo a farli parlare e di conseguenza ascoltando le loro ultime confessioni. Durante una serata come tante, il protagonista scopre la moglie in compagnia dell’amante, scatenando una reazione a catena che nasce proprio da questo suo potere sovrannaturale, una vendetta che chiama in causa persino alcuni criminali che vivono dentro una favela. L’intreccio, più facile da guardare che da spiegare, si apre alle più drammatiche conseguenze.
Il brasiliano Dennison Ramalho ci catapulta subito nel cuore degli eventi, senza troppi preamboli: finalmente non ci sono le solite presenze dall’oltretomba a creare il panico dentro una casa infestata, perché in “Morto Não Fala” l’orrore è più reale di quanto si possa pensare. Quella di Stênio è una famiglia allo sfascio sulla via della disintegrazione, il cui fragile equilibrio viene definitivamente minato dal piano scellerato dello stesso protagonista. Quello di Ramalho è un Brasile afflitto dall’odio, dal sospetto, dalla violenza (anche quella negli stadi, come accade nell’incipit) e da un rancore che si manifesta persino dopo la morte, una critica trasversale che attraversa i quartieri più poveri ma anche l’apparente quotidianità delle case borghesi. La maledizione che colpisce Stênio ha però un volto completamente diverso da quello che hanno plasmato i giapponesi a cavallo tra i due secoli (pensiamo al cult “Ju-On: The Grudge” di Takashi Shimizu), perché nel caso in esame sembra tutto maledettamente vero, come quel sangue da lavare via nella morgue o come quelle parole post-mortem che risuonano come un terribile avvertimento.
La durata del film è comunque eccessiva (centodieci minuti), non a caso “Morto Não Fala” nella seconda parte diventa un tantino ripetitivo, impantanandosi in un finale meno accattivante del previsto. Nonostante ciò, quella del regista sudamericano si rivela una delle sorprese più piacevoli di questa estate rovente, un horror con una sua precisa identità, merce rara di questi tempi.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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