Vox Lux

vox luxdi Brady Corbet (Stati Uniti, 2018)

C’è un motivo ben preciso per cui vi parliamo di “Vox Lux”, un dramma di taglio musicale che di estremo ha poco o nulla. Si tratta infatti di un film complementare al precedente e ottimo “L’Infanzia Di Un Capo” (2015), una pellicola che sotto l’involucro dai colori sgargianti nasconde gli stessi identici meccanismi. Qui scivoliamo in avanti di un secolo ma Brady Corbet sviluppa ancora una volta un’opera di taglio biografico, puntando la telecamera su un personaggio fittizio capace di trasformarsi in un’icona universalmente riconosciuta: se quindi il piccolo Prescott visto nell’esordio cresce in un ambiente cupo e austero diventando l’incarnazione del male, in “Vox Lux” un episodio sconvolgente dà invece origine al riscatto dal male, attraverso un percorso di redenzione zuccheroso, glitterato e di matrice pop.
Ci troviamo nel 1999, guarda caso l’anno in cui negli Stati Uniti avviene il tragico massacro della Columbine High School: al rientro dalle vacanze di Natale, alcuni studenti vengono aggrediti in classe da un loro compagno squilibrato che compie una carneficina sparando all’impazzata. Celeste, all’epoca teenager, esce miracolosamente viva da quella situazione, ma quel trauma è destinato a segnare in maniera indelebile la sua esistenza. Quando la storia si sposta più avanti col tempo, Celeste ormai è diventata un’ipotetica star, la sua voce viene infatti notata durante una veglia di commemorazione delle vittime. Ecco che così, evitata la morte per un soffio, il music business (Jude Law interpreta il manager) fiuta l’affare e lancia una nuova stella, che infine ritroviamo nel 2017 ormai acclamata da un pubblico in visibilio.
tumblr_pqairpDrFN1xshu2fo8_r1_500Brady Corbet è un regista molto bravo, non c’è quasi nulla da rimproverare a “Vox Lux” anche perché Natalie Portman nei panni di Celeste è molto convincente e rappresenta il classico valore aggiunto a una pellicola esteticamente inappuntabile. Il film è spudoratamente pop e la colonna sonora curata da Sia (una garanzia al riguardo, la ricordiamo pure con Refn in “The Neon Demon”) è perfettamente funzionale allo sviluppo degli eventi, una solida base su cui far germogliare idee e concetti trasversalmente condivisibili. “Vox Lux” è quindi pura allegoria, perché l’esperienza personale della protagonista presto diventa il riscatto di una nazione intera scossa dai terribili episodi di cronaca nera (curiosamente la pagina social del film è stata creata l’11 settembre del 2018). Sulla carta tutto bene, ma è proprio qui che Corbet banalizza il suo discorso trasformandolo in uno stereotipo inaccettabile: “tu ascoltavi la stessa musica del ragazzo che mi ha attaccata”, è Celeste a parlare rivolgendosi a un musicista rock, un due più due che non fa quattro anche se il regista vorrebbe farcelo credere. Non funziona così, la riscossa di un popolo non passa soltanto attraverso i canali ufficiali approvati dai media, la musica è salvezza ma solo se non viene divisa in banali categorie, perché l’America ci ha già abituati a questa netta quanto umiliante separazione tra bene e male che non ha senso di esistere. Inoltre le stragi che avvengono ciclicamente negli States spesso sono figlie di un vuoto culturale insito nel tessuto sociale di riferimento, un disagio che è molto più pop di quanto si possa pensare.
Il mostro come punto di arrivo (Prescott in “L’Infanzia Di Un Capo”) è spaventosamente credibile, il mostro come spunto per rinascere (la genesi della protagonista) non lo è, dal momento in cui Brady Corbet allarga l’orizzonte facendo combaciare Celeste con la rinascita di una nazione. “Amo la musica pop perché non voglio che la gente pensi in modo troppo negativo, voglio solo farli stare bene”: no, le persone bisogna farle riflettere, bisogna metterle davanti alla realtà, condurle in profondità fino al nucleo del problema. Corbet affida il destino di un paese nelle mani di una pop star? Contento lui che preferisce la superficie colorata al nero precipizio capace di porre in discussione l’essenza stessa dell’individuo e di una comunità intera.

2,5

(Paolo Chemnitz)

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