High Life

high lifedi Claire Denis (Gran Bretagna/Francia, 2018)

Claire Denis torna sul luogo del delitto, ma con un bagaglio di esperienza e di maturità sicuramente maggiore rispetto a una volta. Perché “High Life” in qualche modo si riaggancia a quanto visto in “Trouble Every Day” (2001), il suo film scandalo incentrato su alcuni esperimenti atti a favorire l’incremento della libido. Qui c’è una maggiore consapevolezza di fondo ma aumentano soprattutto le ambizioni, “High Life” sembra infatti voler parlare a tutta l’umanità. Direttamente dallo spazio profondo.
Monte (Robert Pattinson) vive in completo isolamento con la figlioletta Willow a bordo di una navicella spaziale: un tempo accanto al protagonista c’erano pure altre persone, tutti prigionieri condannati a morte e spediti verso un buco nero per compiere una missione (“eravamo rottami. Rifiuti. La feccia della società. A qualcuno è venuta l’idea di riciclarci. Alcuni erano stati condannati all’ergastolo, altri erano nel braccio della morte. L’agenzia ci aveva fatto una proposta. Di servire la scienza. Data la nostra età, non c’era nulla da perdere”). Monte però, oltre a essere una delle cavie di questo equipaggio ormai scomparso, è anche sfruttato al fine di ottenere la fecondazione artificiale, il suo sperma è stato per l’appunto utilizzato per mettere al mondo la piccola Willow. Man mano che trascorrono i minuti, Claire Denis ricompone il puzzle spiegandoci il perché di quella situazione, attraverso una storia incastonata dentro un immaginario sci-fi sporco e claustrofobico decisamente lontano dal cinema di fantascienza destinato al grande pubblico.
“High Life” parte con il piede giusto lasciandoci avvolti nel mistero, in effetti non sappiamo chi sia quell’uomo e neppure quella neonata che piange in continuazione. Quando la nebbia narrativa comincia a diradarsi, il taglio drammatico prende il sopravvento non senza qualche passaggio poco chiaro, introducendo quell’elemento perturbante (una costante nel cinema della Denis) che corrisponde al personaggio della Dottoressa Dibs (Juliette Binoche), una scienziata che muove le sue pedine tra ossessioni erotiche e perversioni genetiche. Da questo momento “High Life” diventa un film duro e persino malsano (la sequenza dello stupro), nel quale però ogni significato si carica in maniera eccessiva deragliando dalle premesse iniziali: un peccato di presunzione che a fine pellicola costa caro alla regista francese, convincente nella regia ma un po’ meno nel saper raccontare questa esperienza legata così tragicamente alle nostre pulsioni esistenziali.
Claire Denis non è certo Tarkovskij, eppure questo lungometraggio si può incanalare in quel filone fantascientifico di taglio filosofico, dove l’immensità di un luogo astratto si rivela il terreno ideale per parlare delle disgrazie umane (rinchiuse difatti in miseri spazi angusti). Proprio per questo motivo “High Life” mostra una pretestuosità di fondo fin troppo evidente, nonostante si tratti di un film più solido e intrigante del succitato “Trouble Every Day”. Una visione complessa, dilatata e per nulla accomodante, consigliata esclusivamente ai cultori di questa regista così trasgressiva quanto (a tratti) vacua nel saper mettere in scena la sua idea di cinema.

3

(Paolo Chemnitz)

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