I Pugni In Tasca

i pugni in tascadi Marco Bellocchio (Italia, 1965)

“I Pugni In Tasca” di Marco Bellocchio è un film indimenticabile, considerato a ragione un esordio dietro la macchina la presa tra i più folgoranti di sempre all’interno del cinema tricolore. Il regista emiliano (oggi quasi ottantenne e in concorso a Cannes con “Il Traditore”) si è poi affermato con una serie di pellicole sicuramente meno taglienti e sconvolgenti di questa, pur mantenendo un approccio anticonformista e in alcuni casi controverso.
“I Pugni In Tasca” esce nel 1965, quando il boom economico italiano si era ormai esaurito lasciando aperte tante cicatrici nel tessuto sociale e culturale della borghesia nostrana: Bellocchio però non ha bisogno di calcare la mano su questo aspetto, poiché il suo lavoro si rivela naturale e privo di inutili spettacolarizzazioni. Ci troviamo nella sua Bobbio, nel piacentino, dove quattro fratelli (tre uomini e una donna) vivono insieme alla madre non vedente rimasta vedova. Augusto (Marino Masè), il più grande, è un avvocato e frequenta gli amici e la fidanzata nella vivace Piacenza, al contrario degli altri tre che raramente escono di casa. Leone soffre infatti di un ritardo mentale, Sandro (Lou Castel) è colpito spesso da attacchi epilettici mentre la sorella Giulia (Paola Pitagora) si occupa di gestire una situazione familiare alquanto complessa. Le fantasie morbose di Sandro presto diventano realtà, poiché l’uomo medita una strage in cui tutti i membri possano morire eccetto Augusto, destinato a un futuro agiato. Una lucida follia destinata a distruggere quei legami di sangue in apparenza inossidabili, anche se il fato è in agguato e si ritorce contro il protagonista nel modo più cinico e beffardo possibile.
tumblr_nv6ovyyMKu1rbe3e3o2_r1_500L’attacco all’istituzione borghese da parte di Marco Bellocchio è evidente: l’apparenza inganna, poiché sotto al tappeto si nascondono delle pulsioni di morte impossibili da controllare. Lou Castel (il suo personaggio è magnifico) si muove in bilico tra un’inquietante dolcezza e una gelida spietatezza, racchiudendo con le sue azioni il disagio e la frustrazione di un ceto medio in via di implosione. Per il regista non c’è bisogno di mostrare sadismo e truculenza, gli omicidi commessi da Sandro sono infatti realizzati quasi con la forza del pensiero, bastano due dita per spingere delicatamente un corpo giù per un dirupo o una testa sotto il pelo dell’acqua. Tutto così semplice ma tutto così dannatamente efficace (e trasversale), poiché il male che si annida nel nucleo familiare non è poi così diverso da chi ha scelto di allontanarsi da esso per condurre una vita normale (Augusto), un’esistenza in realtà ipocrita e repellente (le scappatelle sessuali con la prostituta).
Grazie all’ottimo montaggio di Silvano Agosti e alle musiche di Ennio Morricone, “I Pugni In Tasca” riuscì a trovare la perfetta quadratura del cerchio nonostante un budget piuttosto esile e l’ostilità dei canali ufficiali (il film fu rifiutato a Venezia) che non permisero all’opera di esplodere nell’immediato. Le vicende messe in scena da Bellocchio ci raccontano di una provincia italiana mai così tragica e sincera, nella quale il calcolo e l’arrivismo sostituiscono quel perbenismo di facciata tanto caro al governo democristiano in carica durante quel periodo. Crepe velenose destinate ad aprirsi definitivamente con l’imminente stagione del sessantotto.

5

(Paolo Chemnitz)

i pugni