The Elephant Man

the-elephant-mandi David Lynch (Stati Uniti/UK, 1980)

Se dovessi scegliere il mio film preferito di David Lynch, non esiterei a citare “The Elephant Man”, un capolavoro (tra tante pellicole di livello eccelso) ormai prossimo al quarantesimo compleanno. Qui alla seconda prova, il regista americano ripropone l’esperienza in bianco e nero di “Eraserhead” (1977) lasciandosi però alle spalle qualsiasi approccio sperimentale o visionario, “The Elephant Man” è infatti un biopic abbastanza fedele alla realtà dei fatti, nonostante quel finale struggente e onirico che in qualche modo getta un ponte tra il passato e il futuro di Lynch.
John Merrick (in realtà si chiamava Joseph) è l’uomo elefante, divenuto celebre a Londra durante l’età vittoriana a causa del suo corpo deforme: affetto dalla rarissima Sindrome di Proteo, John ha un aspetto mostruoso per la crescita incontrollata di pelle, ossa e tessuti (accompagnata da tumori sporgenti). David Lynch ci racconta la sua storia, partendo dalla triste quotidianità del protagonista utilizzato come fenomeno da baraccone e deriso da tutti in mezzo alla strada, fino all’incontro con Frederick Treves, il dottore che si prende cura di lui tutelandolo e proteggendolo. Un percorso pieno di sofferenza e di insidie, di personaggi subdoli e cattivi, di umiliazioni e di percosse, in attesa dell’epilogo liberatorio che apre le porte dell’universo infinito al gentile e intelligente John.

elephant-manPeople are frightened by what they don’t understand” è una frase che, fin dalla notte dei tempi, si può applicare in maniera trasversale nella nostra società: Lynch riparte da “Freaks” (1932) di Tod Browning ma qui ribadisce in maniera eloquente il timore assoluto del diverso, nel film identificato da una sola e unica figura che suscita terrore, scherno e persino compassione. John resta però un oggetto estraneo per almeno quaranta minuti, poiché fino a quando egli non inizia a proferire le prime parole, nessuno riesce a penetrare nel suo personaggio cogliendone la dignità e la sensibilità. Improvvisamente David Lynch, con un colpo di genio, costruisce l’umanità del protagonista facendo affiorare emozioni e sentimenti grazie al rapporto sincero tra l’uomo elefante e Frederick Treves, un fantastico binomio esaltato dalle magnifiche interpretazioni di John Hurt (truccato alla perfezione) e Anthony Hopkins. Perché allora “The Elephant Man” è un film così devastante? La risposta è semplice: una volta che il mostro viene considerato un essere umano come tutti gli altri, accade un evento che stravolge nuovamente la sua esistenza, in quanto John viene prima fatto oggetto di derisione da un gruppo di prostitute e alcolizzati entrato per vie traverse in ospedale, per poi essere rapito dal suo vecchio aguzzino Bytes, che lo porta in giro per l’Europa continentale sottomettendolo e trattandolo come una bestia. Dalla sicurezza di una vita finalmente serena (con tanto di attenzioni da parte della corte della Regina Vittoria), il povero John ritorna a uno stato di privazione e di annullamento della propria umanità, un colpo secco che ci frana impietosamente addosso nel preciso istante in cui ci siamo affezionati al nostro timido personaggio.
“The Elephant Man” non è comunque un film melenso, a tal proposito David Lynch mantiene sempre alta la tensione drammatica delle vicende senza mai scadere nell’artificiosità o nel patetico. Però è un’opera commovente, perché è brutale e malinconica allo stesso tempo, come se la telecamera riuscisse ad accarezzarci nonostante quelle pugnalate che ci vengono inferte da certe immagini intrise di atroce amarezza. Grazie a una sceneggiatura impeccabile e alle grigie atmosfere di una Londra vittoriana credibile e avvolgente, Lynch ci regala il suo film più doloroso e toccante, uno spaccato realistico (con tanto di devozione felliniana) che permette al regista di esplodere a livello internazionale: otto candidature all’Oscar, oltre a un grande successo di critica e di pubblico, per un’opera che ancora oggi andrebbe proiettata ovunque come monito a chi giudica fermandosi alle apparenze.

5

(Paolo Chemnitz)

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