Metalhead

metalheaddi Ragnar Bragason (Islanda, 2013)

La musica heavy metal ormai ha raggiunto molte persone e non è un caso che alcuni film incentrati su di essa appassionino una fetta consistente di cinefili. Persino in Islanda – dove nel decennio in corso si è sviluppata una notevole scena black metal – qualcuno ha pensato di raccontare un dramma adolescenziale filtrandolo attraverso queste sonorità, in modo tale da unire la storia dell’elaborazione di un lutto con il tipico immaginario heavy. “Metalhead” (“Málmhaus”) si dimostra però una pellicola piuttosto deludente rispetto alle premesse iniziali, alla luce di una trasgressione gratuita farcita a tratti da un irritante buonismo.
Le vicende prendono vita nel lontano 1983, quando la giovane Hera (Thora Bjorg Helga) assiste impotente alla morte del fratello maggiore Baldur, falciato senza pietà durante un incidente con la trebbiatrice (la partenza shock è micidiale). Devastata dal dolore e dai sensi di colpa, la ragazza intraprende un percorso di immedesimazione con il defunto, adottando il look metallico di Baldur e imparando a suonare la sua chitarra. Molti anni dopo, quando la ragazza è ormai una metalhead convinta a tutti gli effetti, la sua presenza crea non pochi problemi all’interno di quella piccola comunità rurale: i suoi coetanei la emarginano e il suo comportamento indisciplinato non le permette di proseguire il lavoro nel mattatoio (da cui viene prontamente cacciata). Quando un giorno i notiziari in televisione annunciano i famigerati roghi delle chiese norvegesi, per Hera ha inizio la fase ultima della sua trasformazione, la quale culmina con gesti sempre più estremi di emulazione e di sovversione delle regole.
Volevate un drammone esistenzialista sul metal? Ragnar Bragason ve lo serve su un piatto di plastica, perché se da un lato non c’è nulla da ridire sulle buone prove attoriali, sulla colonna sonora (dai Judas Priest ai Megadeth) e sulla magnifica ambientazione islandese, nascono dubbi più che leciti sulla gestione umana della protagonista, sovraccaricata dei più beceri luoghi comuni con i quali vengono dipinti i metallari: Hera è infatti antisociale, maleducata e blasfema, come se tutte le persone disturbate o traumatizzate da un tragico evento finissero per ribellarsi in stile bimbominkia 666, quando il vero problema va ricercato alla radice ed è incarnato dalla società stessa che punta il dito e giudica gli individui che rifiutano le imposizioni o le mode imperanti.
“Metalhead” è un film ambiguo proprio perché la sua forza simbolica e iconografica tende a disperdersi attraverso situazioni che oltrepassano la realtà: un esempio lampante ci arriva dalla visita dei tre metallari norvegesi (si chiamano Øystein, Yngve e Pal Ole, una citazione non troppo velata per i Mayhem), i quali aiutano la ragazza a ricostruire una chiesa data alle fiamme! Peggio ancora la scena del concerto davanti alla gente del luogo, talmente assurda da scivolare nel ridicolo. Se quindi qualcuno si ostina a definire fake il tanto chiacchierato (e divertente) “Lords Of Chaos” (2018), forse non si è ancora avvicinato a questo strampalato “Metalhead”, un’opera che anche alla seconda visione denota tutti i suoi limiti concettuali. Dietro il face-painting della locandina si salva ben poco.

2

(Paolo Chemnitz)

metal

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...