Lo Spirito Dell’Alveare

lo spirito dell'alvearedi Víctor Erice (Spagna, 1973)

Il cinema spagnolo si è spesso relazionato con il regime franchista attraverso molte opere di taglio fantastico, capaci di coniugare realtà storica e immaginazione senza tralasciare nulla al caso. Lo spartiacque è comunque rappresentato dal 1975, anno della morte di Franco e della transizione verso la futura democrazia, un periodo in cui molti registi possono finalmente dare libero sfogo ai loro impulsi sovversivi, al contrario di ciò che accadeva fino a poco tempo prima, quando il dissenso veniva espresso grazie al simbolismo, alle metafore e a un certo ermetismo non sempre di facile comprensione. “Lo Spirito Dell’Alveare” (“El Espíritu De La Colmena”) è un film da leggere sotto quest’ultima prospettiva, poiché Víctor Erice lo realizza nel 1973 (la presentazione a Cannes risale invece al 1974).
Nel 1940 la guerra civile spagnola è appena terminata ma in un piccolo villaggio della Castiglia tutto sembra rimasto immobile: nell’unico e improvvisato cinematografo del paese, due sorelline (Ana e Isabel) guardano con gli altri membri della comunità l’ultimo film arrivato a destinazione, “Frankenstein” (1931) di James Whale. Ana rimane fortemente turbata da questa visione, convincendosi che Frankenstein esista davvero. Quello a cui assistiamo è il frutto dell’immaginazione di una bambina che insieme alla sorella maggiore comincia a cercare lo spirito di questo mostro dentro un casolare abbandonato, un viaggio nei meandri più intimi della fanciullezza che si conclude quando Ana trova in quel luogo un soldato repubblicano in fuga dalle truppe nazionaliste.
Il padre delle due protagoniste è un apicoltore e le rigide geometrie dell’alveare ritornano con prepotenza anche nelle vetrate della plumbea abitazione di questa famiglia, quasi a voler anticipare il destino di un popolo in mano a un regime appena instauratosi. La fantasia di Ana è una fuga dalla realtà, la sola scappatoia per evadere da un sistema di educazione che non permette altre possibilità (nella classe campeggia un imponente crocifisso). Víctor Erice lascia che sia il silenzio a parlare più di ogni altra cosa, il sussurro di una voce o questo paesaggio rurale disseminato di case di pietra e di campi sterminati, suggestioni non troppo dissimili da quanto vedremo più tardi con il capolavoro di Philip Ridley “The Reflecting Skin” (1990). In questo caso la potenza evocativa delle immagini è persino sfuggente, un insieme di fascino e stupore (che si manifesta attraverso i grandi occhi neri della bambina) capace di immergerci dentro qualcosa di enigmatico, di irrisolto, come il finale stesso del film, non di chiara decodificazione.
Infine una curiosità riguardante la piccola Ana: l’attrice che la interpreta è Ana Torrent da bimba, poi diventata celebre in Spagna con una serie di film di successo (tra i quali ricordiamo “Tesis” di Alejandro Amenábar). Un destino a quanto pare già tracciato grazie a questa pellicola in costante equilibrio tra le insidie della realtà e un mondo fantastico nel quale è possibile trovare rifugio, perché i mostri spesso sono migliori delle persone.

4

(Paolo Chemnitz)

lo spirito dell'alveare_

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