Milano Calibro 9

milanoc9di Fernando Di Leo (Italia, 1972)

“Milano Calibro 9” prende spunto dal titolo di un’antologia di racconti di Giorgio Scerbanenco, scrittore (e giornalista) italo-ucraino che già aveva ispirato Fernando Di Leo per il cult “I Ragazzi Del Massacro” (1969). Scerbanenco è considerato uno dei narratori più attenti al cambiamento sociale successivo al boom economico, i suoi gialli infatti rivelavano tutte le contraddizioni di un paese ormai industrializzato, raccontato attraverso personaggi semplici, disincantati e persino malvagi. Questo cupo e palpabile realismo che tanto affascinava il regista pugliese – sommato alla sua ammirazione per il cinema noir francese e americano – ci permette di entrare nel cuore pulsante di “Milano Calibro 9”, una pietra miliare dei nostri anni settanta: un film spesso citato nel celebre filone poliziottesco ma mai concretamente appartenente ad esso, proprio per quella struttura di chiaro taglio crime-noir dove il commissario di turno non si mette di certo a caccia dei malviventi a sirene spiegate e con metodi bruschi da action movie. Quella di Fernando Di Leo è invece una pellicola dove prima di tutto contano i personaggi, specialmente uno in particolare (Ugo Piazza), una figura perdente e maledetta che si consuma a fuoco lento come la sigaretta che si spegne sui titoli di coda.
Gastone Moschin (superlativo in questo suo atipico ruolo drammatico) interpreta il succitato protagonista, appena uscito di prigione dopo aver scontato una pena di tre anni per rapina. Ad attenderlo fuori dal carcere c’è però Rocco Musco (Mario Adorf), uno scagnozzo mandato da un potente boss (l’Americano) per riprendersi trecentomila dollari spariti proprio tre anni prima, sui quali c’è l’ombra di Ugo Piazza (che però nega ogni responsabilità sull’accaduto). Quando la polizia cerca di sfruttare Piazza per arrivare a catturare gli alti vertici di quella banda, le vicende prendono una piega molto pericolosa, tra vendette, sparatorie, tradimenti e un finale tanto amaro quanto inevitabile.
mila_calibro_9Le prime immagini dell’opera parlano chiaro, la città di Milano è il plumbeo contenitore senza il quale Fernando Di Leo non avrebbe potuto ricreare tali incredibili atmosfere: il Duomo, i Navigli, il grattacielo Pirelli, la stazione, sono questi i simboli principali di un luogo che si manifesta di continuo, come un personaggio ulteriore che interagisce con gli altri. L’incipit lascia inoltre intravedere le ottime qualità tecniche del film, come la regia, la fotografia e il montaggio, senza dimenticare l’eccellente score musicale firmato da Luis Bacalov (a cui bisogna aggiungere il tambureggiante progressive rock degli Osanna). Una formula che sgombra subito ogni dubbio su “Milano Calibro 9”, un noir monumentale sotto ogni punto di vista.
Fernando Di Leo mette spesso a confronto il freddo e taciturno Ugo Piazza con l’indemoniato e istrionico Rocco Musco, un individuo volutamente macchiettistico e sopra le righe: proprio lui diventa il traino per le sequenze più violente, come quelle poste in apertura dove Rocco tortura e uccide alcune vittime per cercare disperatamente il bottino scomparso. Il successo del film è da attribuire alla continua interazione tra queste figure (dis)umane (inclusa un’ambigua e sensuale Barbara Bouchet), immerse fino al collo dentro una metropoli fosca, vera e per questo viva (il quasi imminente fenomeno dei poliziotteschi sancirà l’esplosione definitiva del western urbano, ma con un linguaggio più diretto e meno autoriale). Una cosa è certa, “Milano Calibro 9” ancora oggi continua a brillare di luce propria, nonostante quei rigurgiti carichi di livido pessimismo ereditati dal cinema di Jean-Pierre Melville. All’interno della celebre trilogia del milieu (che include anche “La Mala Ordina” e “Il Boss”), è proprio questo lungometraggio il capolavoro assoluto da rigustare fino alla nausea: “tu, quando vedi uno come Ugo Piazza, il cappello ti devi levare!”

5

(Paolo Chemnitz)

milanocalibro

 

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