Black God, White Devil

black god, white devildi Glauber Rocha (Brasile, 1964)

Avevamo già parlato di Glauber Rocha e dell’importanza del Cinéma Nôvo brasiliano con la recensione di “Antonio Das Mortes” (1969), a nostro avviso la vetta (quasi) assoluta dell’intero movimento. Ma se vogliamo risalire la corrente all’interno della carriera del regista, troviamo almeno altre due pellicole di grande importanza storica, “Barravento” (1962) e “Black God, White Devil” (“Deus e o Diabo na Terra do Sol”), quest’ultimo propedeutico per il succitato lavoro (che è un vero e proprio sequel con lo stesso protagonista). Nel caso in esame il personaggio di Antonio Das Mortes (interpretato sempre da Maurício Do Valle) compare però nella seconda metà dell’opera, inviato dalla Chiesa per sterminare i cangaçeiros. Tutto quello che accade prima fotografa inesorabilmente un Brasile rurale abbandonato alla miseria e alla superstizione.
Il mandriano Manuel e sua moglie Rosa sono una coppia che si arrangia alla meno peggio come tanti altri contadini del sertão: l’uomo si mette nei guai quando, in seguito a una lite, uccide con il machete un ricco proprietario di bestiame. Manuel è quindi costretto a fuggire su un monte dove vive un predicatore (Sebastião) autoproclamatosi santo, il quale obbliga il protagonista a compiere dei lavori forzati e persino il sacrificio di un neonato. Successivamente Manuel incontra un violento cangaçeiro di nome Corisco e si unisce alla sua banda, ma nel frattempo entra in gioco proprio Antonio Das Mortes che si mette sulle tracce di questi ribelli.
Sulla carta c’è molta carne al fuoco, in realtà però quello di Glauber Rocha è un film narrativamente povero e molto dilatato, un lungo cerimoniale che cattura la nostra attenzione soprattutto per il fascino oscuro di questi personaggi in perenne conflitto tra loro. La location brulla e assolata del sertão rappresenta un altro punto a favore per “Black Devil, White God” (non siamo troppo lontani da un ipotetico immaginario western) e inoltre l’utilizzo del bianco e nero riesce a rendere ancora più malvagia e sinistra l’atmosfera generale, governata da un senso di orrore imminente (le profezie del santone).
La realtà sociale raccontata da Glauber Rocha mostra un taglio antropologico di grande spessore, anche nell’utilizzo della musica locale, un approccio grezzo e selvaggio funzionale alla causa soprattutto per quanto riguarda la regia, da cui non bisogna aspettarsi nulla di speciale. Il Cinéma Nôvo brasiliano non bada infatti al fattore estetico, ponendosi come avanguardia pur nella sua semplicità di fondo (“uma câmera na mão e uma idéia na cabeça”, ovvero “una macchina da presa in mano e un’idea in testa”, questo lo spirito che univa i vari appartenenti al movimento). Ecco perché questa filmografia non è poi tanto distante dal neorealismo italiano (da cui fu in parte ispirata), ponendosi ancora oggi come un passaggio fondamentale per il cinema di questo paese sud americano. Quando non esiste né un Dio né un Diavolo, è l’uomo a sconvolgere l’esistenza dei suoi simili: “Black God, White Devil” è la rassegnazione di un popolo costretto a spargere sangue pur di sopravvivere.

3,5

(Paolo Chemnitz)

bgwd

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