Stalker

stalkerdi Andrei Tarkovsky (Unione Sovietica, 1979)

Il viaggio intellettuale di “Stalker” comincia fin dalle prime immagini del film e si conclude nello stesso identico modo, con il rumore di un treno che provoca alcune vibrazioni, un mezzo che però non vediamo sullo schermo ma riusciamo solo a percepire. All’interno di questa cornice, Andrei Tarkovsky racchiude un’intera filosofia di vita, un percorso della mente e dell’animo umano che si colora di continui e imperscrutabili significati simbolici.
Come era già accaduto per “Solaris” (1971), il regista prende ispirazione da un romanzo interpretandolo molto liberamente: questa volta si tratta di “Picnic Sul Ciglio Della Strada” di Boris e Arkadiy Strugatskiy, uno spunto che libera una carica introspettiva di enormi proporzioni, raccontata attraverso tre personaggi in perenne confronto tra loro. Un intellettuale e uno scienziato, rispettivamente chiamati Scrittore e Professore, si avventurano nella Zona, un territorio rurale desolato e in rovina dove le normali leggi naturali sono sovvertite per cause ignote. Isolato da un cordone di sicurezza governativo in cui gli stessi militari non osano avventurarsi, si vocifera che in questo luogo ci sia una stanza nella quale si possano avverare i desideri più intimi e segreti. I due uomini vogliono raggiungere proprio il cuore della Zona e per affrontare incolumi il cammino si avvalgono di uno Stalker, una guida illegale esperta del territorio.
Me ne frego dell’umanità. Di tutta la sua umanità mi interessa solamente una persona, Io! O valgo qualcosa o sono anch’io una merda come tanti altri”. In “Stalker” l’individuo è anteposto alla moltitudine, l’ingresso stesso nella Zona è un bisogno che prende forma nella coscienza del singolo, spinto a conoscere se stesso e il segreto dell’esistenza attraverso questo impervio percorso. Ma una volta raggiunta la stanza, si resta al di fuori di essa, perché l’uomo è destinato a rimanere incompleto, assillato da mille domande e da mille dubbi. Aver intrapreso questo viaggio è comunque molto significativo, poiché chi entra nella Zona ha sete di risposte, è curioso e fugge dall’oppressione della vita quotidiana: “non ho amici e nemmeno posso averne. Ma non toglietemi quello che è mio. Mi hanno già tolto tutto là, dietro a quel filo spinato! Tutto quello che ho è qui, qui nella Zona! La mia felicità, la mia libertà, la mia dignità: tutto qui! Io porto qui solo quelli come me: infelici e disperati che non hanno più niente in cui sperare. Io posso capire, posso aiutarli”, queste le parole dello Stalker.
Andrei Tarkovsky passa dal bianco e nero virato al seppia al colore (una volta entrati nella Zona), mantenendo sempre l’obiettivo puntato sui personaggi e lasciando sullo sfondo un paesaggio post-atomico triste e decadente in cui domina l’elemento dell’acqua, tipico della cinematografia del regista sovietico (fiumi e ruscelli incarnano lo scorrere del tempo, una contemplazione della natura influenzata dalla cultura giapponese). Forse l’errore più grande è quello di voler etichettare a tutti i costi l’opera di questo gigante scomparso nel lontano 1986, poiché se vogliamo parlare di fantascienza metafisica sono troppi i dettagli del film che ridimensionano queste due parole annullandone ogni significato. Quello di Andrei Tarkovsky è uno stato mentale, assimilabile alle opere più criptiche di un filosofo esistenzialista. Anche per questo motivo “Stalker” è una pellicola indicata esclusivamente a quei pochi coraggiosi individui che affrontano la vita cercando di comprendere i misteri del proprio destino: una visione da compiere non passivamente ma partecipando con l’intelletto insieme ai personaggi del film, in modo tale da raggiungere quella (in)felicità/consapevolezza spirituale che ci accompagna fino alla tomba. La conoscenza assoluta come utopia.

5

(Paolo Chemnitz)

stalker03

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2 thoughts on “Stalker

  1. Pingback: Stalker — Cinema Estremo | l'eta' della innocenza

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