A Dirty Carnival

a dirtydi Yoo Ha (Corea del Sud, 2006)

Non sono molti i film coreani che riescono a trovare una capillare distribuzione italiana, “A Dirty Carnival” però, dopo la passerella al Far East Film Festival di Udine, è stato rilasciato in edizione home video nel 2013. Meglio tardi che mai.
Tra i tanti titoli orientali di taglio crime, questo di Yoo Ha dimostra di essere in grado di saper camminare con le proprie gambe, ricorrendo a espedienti e variazioni sul tema che collocano la pellicola oltre i tipici canoni del thriller coreano tout court. Tutto ciò nonostante una durata esagerata (due ore e venti minuti) che non tradisce le solite lungaggini della scuola cinematografica di appartenenza, un segno distintivo non sempre funzionale alla causa.
Il ventinovenne Byung-Doo è un criminale di basso rango che ha difficoltà sia nelle sue losche attività che nella vita privata: il boss per cui lavora lo tratta con superficialità mentre a casa a malapena è in grado di prendersi cura della madre malata e dei suoi fratelli più piccoli. L’occasione per svoltare arriva quando Byung-Doo si offre per aiutare un mafioso importante di Seul (Hwang), messo alle strette da un procuratore corrotto. Il protagonista deve organizzare l’omicidio di quest’ultimo evitando che lo sappia il suo capo, solo che sulla strada di Byung-Doo piombano come un fulmine a ciel sereno due personaggi difficili da gestire, una ragazza che disapprova la sua vita da gangster e un amico regista che ha intenzione di sfruttare le conoscenze di Byung-Doo per girare un film sulla malavita cittadina. Presto gli eventi degenerano.
Dopo neppure venti minuti “A Dirty Carnival” trova il suo momento migliore, assistiamo infatti a una rissa furibonda tra due gang che si sfidano a colpi di mazza in mezzo al fango. Le coreografie sono ottime, la violenza è mostrata con un certo autocompiacimento e Yoo Ha ci trascina immediatamente nel cuore vivo degli eventi, dove alle intriganti impennate action viene alternato un approfondimento psicologico molto dettagliato del protagonista. Byung-Doo non è solo uno spietato criminale, ma è anche capace di essere un uomo affettuoso e gentile, un’ambiguità di fondo che ci appassiona proprio per l’umanità che traspare dalla sua figura. I punti deboli di questo gangster emergono specialmente nei due subplot – quello melodrammatico e quello legato al metacinema – entrambi gestiti discretamente dal regista (anche se a un certo punto il brodo viene allungato a dismisura). La scalata agli alti vertici della gang diventa quindi un mero pretesto per parlare di un individuo e del suo carattere, come se “A Dirty Carnival” fosse un thriller biografico su un immaginario criminale coreano.
Yoo Ha gioca persino con le citazioni (“Il Padrino”, “Scarface”, “Memories Of Murder”), perché se il personaggio del protagonista è una matrioska da scomporre minuto dopo minuto, lo stesso “A Dirty Carnival” rivela la sua essenza proprio attraverso i vari piani narrativi sui quali è sviluppato. Un film dentro non uno, ma all’interno di tanti altri film. Molto gradevole.

3,5

(Paolo Chemnitz)

a dirty carnival

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