Utøya 22. Juli

utøya 22. julidi Erik Poppe (Norvegia, 2018)

La data del 22 luglio del 2011 è legata indissolubilmente a un doppio attentato terroristico che ha sconvolto la tranquilla Norvegia nel giro di un pomeriggio. Se nel quartiere governativo di Oslo un’autobomba fece una strage (con otto morti e oltre duecento feriti), poche ore dopo un militante di estrema destra (Anders Behring Breivik) si presentò in assetto da guerra sull’isolotto di Utøya per compiere un massacro di enormi proporzioni. In questo luogo in mezzo alla natura un nutrito gruppo di ragazzi stava partecipando a un campus giovanile del Partito Laburista: Breivik aprì il fuoco uccidendo sessantanove persone e ferendone centodieci (l’attacco durò ben settantadue minuti!), l’atto più violento mai avvenuto nello stato scandinavo dalla fine della seconda guerra mondiale. In attesa quindi di vedere il tanto chiacchierato “Lords Of Chaos” (incentrato su alcuni crimini commessi nella famigerata scena black metal norvegese), ci spostiamo in avanti di un paio di decenni con un altro avvenimento di cronaca nera che ha scosso quel paese in maniera indelebile.
Il regista Erik Poppe ha raccolto le testimonianze di alcuni superstiti fuggiti via mare o salvati dalla polizia, puntando sul più esasperante realismo: “Utøya 22. Juli” è infatti girato in tempo reale con un solo piano sequenza di circa novanta minuti, una scelta coraggiosa che di recente abbiamo apprezzato in altre pellicole altrettanto valide (pensiamo al colombiano “PVC-1” o all’ottimo “Victoria” del tedesco Sebastian Schipper). Una camera a mano indiavolata segue minuto dopo minuto la protagonista Kaja (una stratosferica Andrea Berntzen), inizialmente spensierata nonostante giunga tra i ragazzi la notizia dell’attentato a Oslo. Improvvisamente in lontananza si odono degli spari, dopo pochi secondi alcuni giovani corrono in preda al panico, Breivik è arrivato e ha dato inizio alla sua carneficina. Poppe però non ci fa mai vedere questo personaggio in uniforme (soltanto in un paio di occasioni riusciamo a scorgere la sua sagoma da lontano), poiché egli non è assolutamente interessato al suo punto di vista, bensì a quello della teenager presente in quel campeggio. Kaja corre, piange, ansima, si nasconde da sola o con altri suoi coetanei, cerca la sorella scomparsa, assiste una ragazza ferita in procinto di spirare e infine rimane in attesa che qualcuno arrivi dal mare per salvarla, mentre lo psicopatico è lì attorno e continua a massacrare chiunque capiti a tiro.
“Utøya 22. Juli” è un film pazzesco, perché oltre a raccontarci per filo e per segno quanto accaduto in quella terribile giornata, mette in mostra le più strazianti dinamiche da classico survival movie: anche noi restiamo intrappolati in quel bosco senza vie di uscita, dove la tensione si taglia con il coltello e la paura esonda come un fiume in piena sparo dopo sparo. Più il rumore dei colpi è forte, più avvertiamo il pericolo. Un terrore inoltre suggellato da un finale nero come la pece, in cui le sirene della polizia si riescono ad ascoltare soltanto quando scorrono i titoli di coda: tutto quello che avviene prima è una strage che toglie la vita a dei poveri innocenti e causa danni psicologici permanenti ai fortunati riusciti a portare a casa la pelle. Per questo motivo “Utøya 22. Juli” è un lavoro potente, durissimo e doloroso, anche per la sua carica emozionale così profonda e palpabile. Un’atroce testimonianza che non si dimentica.

5

(Paolo Chemnitz)

uto

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