Morte A 33 Giri

morte a 33 giridi Charles Martin Smith (Stati Uniti, 1986)

Il periodo d’oro per la musica heavy metal è sicuramente legato agli anni ottanta, quando esplodono band di ogni tipo e fioriscono generi e sottogeneri destinati a fare breccia nel cuore degli appassionati. “Morte a 33 Giri” ha un’occasione unica, ovvero quella di poter cavalcare l’onda del movimento in un anno cruciale, ma al buon soggetto messo sul piatto non corrisponde uno sviluppo adeguato della storia: ecco perché, a distanza di oltre tre decenni, il film di Charles Martin Smith ce lo ricordiamo più per la sua carica iconografica che per tutto il resto.
Eddie è il classico adolescente un po’ sfigato che subisce continui atti di bullismo da parte dei suoi compagni di classe. Per lui l’unico rifugio è la musica, soprattutto il suo idolo Sammy Curr, il controverso frontman da cui prende ispirazione. Un giorno la televisione annuncia la morte del cantante durante un tragico incendio, una notizia che getta il protagonista nello sconforto più assoluto: ma non tutti i mali vengono per nuocere, anche perché Eddie riceve l’ultimo disco registrato della band di Curr, un album che contiene un messaggio subliminale percepito se il vinile viene fatto girare al contrario. Grazie a questa scoperta, il giovane entra in contatto con il defunto musicista, il quale lo aiuta a compiere la sua vendetta nei confronti dei bulli della scuola, questo fino a quando il rapporto tra i due si logora, generando una situazione molto delicata in cui mondo terreno e aldilà si mescolano pericolosamente.
Se siete appassionati di heavy metal, è impossibile restare indifferenti davanti alle decine di citazioni che sfilano sullo schermo fin dai primi minuti della pellicola: poster e dischi di Judas Priest, Mötley Crüe, Anthrax, Megadeth o addirittura Possessed, oltre alla presenza di Gene Simmons (Kiss) e di un irriconoscibile Ozzy Osbourne nei panni di un reverendo ostile a queste sonorità, una sfilza di nostalgici ricordi che fotografano alla perfezione la florida e genuina scena del periodo. Tutto ovviamente è stereotipato all’inverosimile, a cominciare dal protagonista (il classico nerd degli anni ottanta), costretto a combattere contro i pregiudizi di un mondo che non accetta quell’attitudine ribelle e antiborghese. La narrazione tende presto a sfilacciarsi e forse anche per questo motivo l’interesse verso il film cala vertiginosamente nella monotona parte centrale, per poi risollevarsi nel finale (dove comunque l’assenza di scene cult si nota eccome).
“Morte a 33 Giri” (il titolo originale è “Trick Or Treat”, ma la notte di Halloween ha relativa importanza all’interno dell’opera) in partenza poteva contare sull’interpretazione dell’istrionico Blackie Lawless (W.A.S.P.) nei panni del protagonista, le cose però non andarono per il verso giusto quando Lawless seppe dal regista che la colonna sonora non sarebbe stata da lui curata: il vocalist rinunciò così alla parte poiché la soundtrack era stata già affidata ai Fastway (una manciata di song molto azzeccate). Chissà con Lawless che film avremmo visto, nonostante una regia comunque deficitaria che al di là di queste fantasiose considerazioni, è uno dei motivi principali della qualità non eccelsa della pellicola. Un cult per chi ama l’heavy metal e mezza stella in più per l’importanza storico-iconografica, ma andare oltre obiettivamente sarebbe esagerato.

3

(Paolo Chemnitz)

morte33

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