Compliance

compliancedi Craig Zobel (Stati Uniti, 2012)

Forse qualcuno di voi avrà sentito nominare lo studio comportamentale sull’obbedienza di Stanley Milgram, un esperimento di psicologia sociale eseguito nel 1961 da questo ricercatore e professore universitario. Milgram era riuscito a dimostrare come l’essere umano obbedisca all’autorità anche nel caso si debba far male a un altro individuo, una riflessione scaturita da quanto era successo in Germania con il nazismo, dove la volontà di un dittatore aveva letteralmente manipolato un’intera nazione. “Compliance” parte proprio da qui, presentandosi come una storia vera tra le tante (simili) che accadono quotidianamente in America (Craig Zobel si ricollega a un evento verificatosi nel 2004 in un McDonald’s del Kentucky, quando una commessa fu abusata da alcuni suoi colleghi dopo una telefonata di un finto agente di polizia).
Alcuni ragazzi si stanno apprestando a cominciare il loro turno di lavoro in un affollato fast-food, è venerdì e si prospetta una giornata molto impegnativa: tra di loro c’è Becky, una biondina che non può neppure rendersi conto di ciò che le sta per succedere. Squilla il telefono, un presunto poliziotto vuole parlare con la direttrice (Sandra) perché a quanto pare una cliente è stata derubata da Becky mentre era alla cassa. L’uomo, dalla voce molto convincente e sempre pronto a smorzare ogni lecita domanda sul misfatto, costringe Sandra a portare Becky nel retro del negozio, dove in tempo reale assistiamo a un interrogatorio che presto si trasforma in una perquisizione molto intima della ragazza (“I don’t know what’s going on here”), professatasi innocente fin da subito ma timorosa (insieme alla direttrice) del ruolo istituzionale del poliziotto. Anche se a un certo punto noi spettatori capiamo chi c’è dall’altra parte della cornetta (in realtà è facile intuirlo già in partenza), i protagonisti del film entrano in una sorta di spirale in cui bisogna soltanto assecondare il volere di quella voce così seria e autorevole, in attesa che giunga sul posto una pattuglia per verificare l’accaduto. Quando però altre persone vengono coinvolte in questa reclusione forzata della giovane, “Compliance” arriva a un punto di non ritorno, tra umiliazioni sessuali e una violenza psicologica paradossale e ingiustificata.
Trattenete il fiato e immergetevi a capofitto in questa pellicola davvero particolare, capace di intrattenere per circa novanta minuti sfruttando praticamente una sola location: Craig Zobel dirige l’orchestra lasciando il giusto spazio a ognuno dei personaggi chiave, un compito non facile che viene comunque semplificato dalla bravura dei vari interpreti, attori credibili all’interno di una storia che sulla carta sembra davvero assurda e inverosimile.
Con il trascorrere dei minuti, ci rendiamo conto di quanto sia facile mettere in riga un soggetto in apparenza debole, manipolandolo a proprio piacimento fino a fargli calpestare la dignità altrui: ovviamente “Compliance” calca la mano più del dovuto, funzionando maggiormente sul piano concettuale che su quello prettamente legato alla vicenda di cronaca originaria, ma il risultato complessivo non lascia dubbi sulla qualità del prodotto. Quello di Zobel è un film secco e diretto che evita di imboccare facili scorciatoie, un lavoro che si appiccica sulla nostra pelle seppellendoci impietosamente insieme alla povera malcapitata e al suo disagio a tratti insostenibile. Inquietante.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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