Lizzie

lizziedi Craig William Macneill (Stati Uniti, 2018)

Dopo la recente trascurabile miniserie “The Lizzie Borden Chronicles” con Christina Ricci nei panni della protagonista, tocca a Craig William Macneill raccogliere un testimone abbastanza scomodo, considerando che la vicenda legata alla presunta assassina Lizzie Borden non offre grandi scappatoie a livello narrativo: di lei sappiamo soltanto che fu accusata di aver ucciso a colpi d’ascia il padre e la matrigna nel 1892, prima di un processo che si concluse con una sentenza di assoluzione (nonostante gli indizi di colpevolezza nei suoi confronti fossero lampanti).
“Lizzie” è un biopic incentrato soprattutto sui giorni precedenti al duplice omicidio, nei quali conosciamo non solo la figura di Lizzie (intensa la prova di Chloë Sevigny), ma anche quella del padre Andrew Borden (un individuo oppressivo, taccagno e molto duro con la figlia) e della nuova domestica Bridget Sullivan (Kristen Stewart), una ragazza irlandese che presto diventa un personaggio fondamentale per l’evoluzione degli eventi. Accanto a loro, Emma (la sorella di Lizzie), Abby (la seconda moglie di Andrew) e lo zio John, il quale entra in conflitto con la protagonista per l’eredità del ricco Andrew. Presi singolarmente, questi personaggi funzionano a dovere, mentre nei vari rapporti interpersonali non tutto fila liscio come l’olio, soprattutto quando il regista si prende qualche ambigua licenza sull’amore lesbico tra Lizzie e Bridget, una complicità che poi diventa risolutiva nelle fasi calde del film. Proprio in questa sottotrama risiede il punto debole dell’opera, a dire il vero discretamente valida per quanto concerne tutto il resto, a cominciare dalla regia del bravo Macneill, un nome emergente che già avevamo apprezzato non poco per “The Boy” (2015). Anche in questo caso la cottura è a fuoco lento (i salti temporali sono dosati con saggezza), per un’escalation che nel momento clou non ci risparmia né particolari sanguinosi e neppure il nudo integrale della Sevigny, spietata assassina costretta a pianificare un atroce delitto per dare un senso a un’esistenza da sempre negata.
“Lizzie” è il classico film biografico in cui non è facile districarsi: se infatti da un lato bisogna attenersi alla realtà storica (Macneill esegue il compito senza sbavature), non è agevole ottenere il massimo risultato attraverso una serie di figure ognuna con la sua complessità psicologica, una fitta rete di intrecci che in alcuni casi resta troppo in superficie. Ciò comunque non toglie fascino alla pellicola, in pratica un thriller in costume girato in appena ventitré giorni a Savannah (in Georgia) ma ambientato ovviamente a Fall River (in Massachusetts), il luogo in cui avvenne il celebre delitto. L’opera aggiunge poco a una storia mai del tutto chiarita nel corso degli anni, ma quel poco che incontriamo non offre spunti importanti o ben definiti, accrescendo una vaga sensazione di incompiutezza che si manifesta al termine della visione. Quello di Craig William Macneill non è però un film da buttare, grazie soprattutto a una lodevole sensibilità registica di fondo che rende impeccabile la confezione generale. Moderatamente consigliato.

3

(Paolo Chemnitz)

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