Berlin Syndrome

berlindi Cate Shortland (Australia, 2017)

Berlino è una città che disorienta, soprattutto chi la visita per la prima volta. Una metropoli senza punti di riferimento, eccetto quella gigantesca torre della televisione presso Alexanderplatz su cui sembra ruotare tutto. Per una giovane turista australiana non deve essere facile esplorare un luogo così grande, allora meglio fare subito amicizia con qualcuno del posto per non venire fagocitati dalle grigie e imponenti atmosfere della capitale tedesca. Clare (Teresa Palmer) incontra per caso un bel ragazzo di nome Andi, un lavoro come insegnante di inglese e una faccia pulita che non sembra nascondere turbe mentali. Invece accade l’impensabile, Clare infatti finisce a letto con l’uomo all’interno di un piccolo appartamento situato in uno stabile disabitato, dove nessuno può vedere e sentire cosa succede: qui Andi chiude a chiave la giovane turista (c’è pure una sbarra di ferro davanti all’ingresso della casa) per poi tenerla segregata impedendole di uscire quando lui si assenta.
Dopo una fase preparatoria, i primi cinquanta minuti di “Berlin Syndrome” rasentano la più cupa e angosciante claustrofobia. Quello che invece accade in seguito è una sorta di sindrome di Stoccolma giocata sulla profonda caratterizzazione dei due protagonisti, il punto centrale di un thriller psicologico che predilige le dinamiche di coppia al sadismo gratuito. In questo caso, bene così. Clare è ambigua, perché se da un lato cerca di assecondare il suo aguzzino, non rinuncia mai alla sua libertà: una scelta obbligata in una situazione al limite non nuova nel cinema che piace a noi (pensiamo ad esempio a “La Orca” di Eriprando Visconti). La regista australiana Cate Shortland avrebbe soltanto dovuto tagliare un po’ queste due lunghe ore di visione, soprattutto alla luce di un finale purtroppo poco credibile rispetto alle ottime premesse di partenza.
“Berlin Syndrome” è un’opera di sicuro interesse, interpretata alla grande da una Teresa Palmer acqua e sapone che non si tira indietro neppure davanti a qualche scena bollente (nel film la componente erotica è latente), ma pure la sua controparte (Max Riemelt) dimostra di possedere il volto giusto per un ruolo non facile, nel quale veniamo introdotti gradualmente attraverso una serie di indizi morbosi come la fissa per le foto o per le opere di Gustav Klimt. In più c’è un plumbeo mood berlinese da non sottovalutare, nonostante le riprese prediligano (anche per motivi di budget) gli interni rispetto agli esterni: il palazzo in cui si svolgono le vicende è inquietante, buio e opprimente, una realtà non troppo dissimile da quanto accade in alcune zone della città tedesca (“it was a 50 or 60 apartment building with only about eight apartments occupied. It’s a place with a lot of community feeling, but in winter it’s also an incredibly monstrous, grey, miserable place”, queste le parole di Cate Shortland durante un’intervista al The Guardian). Anche per questo motivo, seppur con qualche limite evidente, “Berlin Syndrome” è un thriller che merita tutta la vostra attenzione.

3,5

(Paolo Chemnitz)

berlin syndrome

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...