I, Zombie

i,zdi Andrew Parkinson (Gran Bretagna, 1998)

Alla fine degli anni novanta, quando il cinema degli zombi di George Romero era ancora in letargo (prima del risveglio nel 2005 con “La Terra Dei Morti Viventi”) e le nuove derive legate al genere dovevano ancora esplodere (pensiamo agli infetti di “28 Giorni Dopo”), uno sconosciuto regista esordiente, con pochissime sterline, tirò fuori dal nulla questo “I, Zombie: The Chronicles Of Pain”, un horror prodotto e supportato dalla celebre rivista Fangoria e poi sbarcato nel 2004 in edizione home video per il mercato italiano.
Mark, un giornalista inviato per uno scoop in un luogo impervio, improvvisamente viene attaccato da una donna in apparenza defunta: da quel momento assistiamo a una lenta discesa nell’incubo per il protagonista, costretto a procurarsi carne umana per poter sopravvivere e allo stesso tempo vittima di un processo di putrefazione che si sta impossessando del suo corpo. Mark lascia la sua ragazza e si ritira in un piccolo appartamento dove consuma ciclicamente le persone che uccide, anche se la degenerazione della sua malattia sembra ormai irreversibile. Una trama semplice che si sviluppa in soli ottanta minuti, quanto basta per sbatterci in faccia una triste cronaca (raccontata minuziosamente da Mark) che si rivela alquanto sconsolante (la scena della masturbazione è davvero atroce).
Andrew Parkinson non gira un classico film sui morti viventi, ma si rifugia (visti anche i pochi messi a disposizione) in uno zombie movie esistenzialista, nel quale il tormento e la depressione che assillano il povero malcapitato ci riportano in mente persino alcune suggestioni già viste nel cinema underground di Jörg Buttgereit (“Der Todesking” è un’evidente fonte di ispirazione). Un lento deperimento che si traduce nella morte più nera, in questo caso propedeutico per una serie di opere successive che hanno trattato la trasformazione di un individuo fino alla sua definitiva decomposizione (pellicole come “Halley” o “Thanatomorphose”, seppur diverse da “I, Zombie”, condividono con il lavoro di Parkinson molti elementi concettuali).
Il calvario di Mark si riversa su due piani complementari entrambi dolorosi: la non accettazione di se stessi (le condizioni disumane in cui riversa l’uomo) e il dover fuggire da un mondo che rifiuta la diversità, una condizione metaforicamente non troppo dissimile da quella di un emarginato sociale. Dopotutto le crisi di astinenza del protagonista hanno qualcosa in comune con quelle di un tossicodipendente qualsiasi, costretto a confrontarsi con la terribile quotidianità (il desiderio della carne umana equivale alla dose da spararsi nelle vene). Riflessioni importanti che compensano un budget irrilevante e una confezione di conseguenza amatoriale. “I, Zombie” però merita assolutamente uno sguardo, proprio alla luce delle valide idee messe sul piatto.

3

(Paolo Chemnitz)

i, zom

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