Basket Case

basket casedi Frank Henenlotter (Stati Uniti, 1982)

What’s in the basket?” è la mitica domanda di rito in “Basket Case”, cult movie dei primi anni ottanta incentrato su un misterioso cesto di vimini chiuso a chiave con un lucchetto. Si tratta del primo lungometraggio in assoluto per Frank Henenlotter (all’epoca poco più che trentenne), il quale prese ispirazione da “Baby Killer” (1974) di Larry Cohen creando però qualcosa di altamente originale. Un horror realizzato con pochi dollari ma immediato, divertente (senza mai sconfinare nella commedia vera e propria) e sorprendentemente tragico.
Il regista gira in 16mm nei bassifondi di New York, un marciume accentuato da una fotografia scura e torbida, perfetta per inoltrarci nelle disavventure di Duane e Belial: il primo è un ragazzo apparentemente normale che si reca in un malfamato hotel con un cesto di vimini da cui non può separarsi. Lì dentro c’è Belial, il suo mostruoso fratello siamese cresciuto a suo tempo su un fianco di Duane, praticamente un torso provvisto di due braccia che Henenlotter muove anche in stop-motion utilizzando un burattino costruito per l’occasione. I due organizzano una vendetta nei confronti dei medici che in passato li avevano separati contro il loro volere, ma durante questi giorni di permanenza in città Duane inizia a frequentare una giovane ragazza conosciuta sul posto, scatenando la gelosia del fratello.
Basket-Case-1982-horror-movies-30946743-499-374Non devono trarre in inganno le grottesche sembianze del deforme Belial: “Basket Case” prima di tutto è un film crudele, dove le aggressioni e i momenti di furia del mostriciattolo rappresentano soltanto il contorno di una storia altamente drammatica. Henenlotter è bravo nel saper smorzare i toni con qualche passaggio più leggero (il rapporto tra Duane e Belial è tenero ma anche spassoso), ma la cappa che avvolge i personaggi non si dimentica (la grezza location gioca un ruolo molto importante) e il finale cancella in un sol colpo qualsiasi buonismo di facciata. Dopotutto “Basket Case” è un lurido b-movie altamente cinico e politicamente scorretto, capace di farci riflettere sulla dipendenza e sulla morbosità presente nei rapporti umani, una presa di posizione che il regista non sarà capace di ripetere nei successivi sequel (“Basket Case 2” e “Basket Case 3” – usciti rispettivamente nel 1990 e nel 1991 – puntano troppo sull’aspetto comico delle vicende).
“Basket Case” è amore per il cinema: con pochissimi mezzi a disposizione, Frank Henenlotter ci regala una perla underground intrisa di passione e dedizione per la causa e persino ricca di spunti autobiografici, in quanto il regista era cresciuto proprio attorno alla 42esima strada di Manhattan, tastando con mano il degrado e l’emarginazione durante gli anni settanta. Anche Belial è un miserabile scarto della società, una bizzarra e simpatica (ma non troppo) creatura per cui proviamo compassione mista a rabbia, proprio per quell’epilogo che lascia l’amaro in bocca.
Non bisogna mai sminuire questo lavoro relegandolo nel ghetto underground dell’american horror degli anni ottanta, proprio alla luce di una tematica di fondo (incentrata sul doppio) per nulla banale, quasi un’anticipazione del più abbordabile (in termini mainstream) “Inseparabili” (1988) di David Cronenberg (che comunque – per dovere di cronaca – è tratto da un romanzo del 1977). Ma con Frank Henenlotter la fantasia è al potere.

4

(Paolo Chemnitz)

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