Calibre

calibredi Matt Palmer (Gran Bretagna, 2018)

Ogni anno, con la riapertura della stagione della caccia, i giornali purtroppo ci raccontano di una serie di incidenti provocati dall’imprudenza e dalla casualità, individui (anche escursionisti ignari del pericolo) che vengono uccisi da proiettili vaganti o da colpi partiti all’improvviso. “Calibre” è un torbido thriller che prende vita proprio da questo presupposto, una produzione britannica (distribuita da Netflix) che merita tutta la vostra attenzione. Un film di certo non estremo, ma a dir poco spietato.
Vaughn (Jack Lowden) e Marcus (Martin McCann) sono amici di vecchia data: il primo è un ragazzo tranquillo (sta per diventare padre) mentre il secondo ha un carattere più vivace e intraprendente, infatti è lui a trascinare Vaughn tra i boschi della Scozia per una battuta di caccia. Ma un tragico errore trasforma la gita dei nostri in un incubo, con il cadavere di un ragazzino colpito per sbaglio da far sparire al più presto (a cui si aggiunge subito dopo quello del padre). Inizialmente nessuno sospetta di Vaughn e Marcus, ma la comunità ristretta del villaggio che ospita i due amici non vede di buon grado questi forestieri, troppo presi dall’alcol e dalle donne (Marcus ovviamente) e poco concentrati per la causa (nessun cacciatore si sbronza poche ore prima di andare a sparare o sbaglio?).
“Calibre” ha il merito di giocare a carte coperte per oltre un’ora: il regista esordiente Matt Palmer (autore anche di una sceneggiatura imperfetta ma efficace) lavora soprattutto sulla psicologia dei protagonisti, sottolineando le differenze tra i due uomini e mettendo in luce alcuni aspetti interessanti legati al senso di colpa, all’omertà e alla paura. Dal film – che ruota attorno a un segreto sepolto in una fossa – emerge un orrore indicibile che bisogna lasciarsi alle spalle ma che invece ritorna indietro come un boomerang, un destino perfido e beffardo che si rivela in tutta la sua potenza nel memorabile (doppio) finale. Mors tua, vita mea.
Lo scenario scozzese, seppur sfruttato solo in minima parte, fa il suo dovere, complice una fredda e cupa fotografia che alimenta di continuo queste atmosfere plumbee e minacciose. La narrazione è fluida e ci permette di tenere gli occhi incollati allo schermo, alimentando la tensione proprio perché temiamo da un momento all’altro per la sorte dei due malcapitati: questo è un ulteriore merito per “Calibre”, ovvero quello di farci parteggiare per i carnefici e non per le vittime, un ribaltamento intrigante che però non sminuisce affatto il codice d’onore sul quale poggia la vita della piccola comunità rurale, molto più onesta e coerente rispetto alle bugie dell’uomo civilizzato.
Senza stravolgere più di tanto un linguaggio cinematografico da decenni plasmato da questo tipo di pellicole, Matt Palmer realizza un’opera meritevole di visione, un thriller sconvolgente nella sua semplicità e già doverosamente premiato come miglior film all’ultimo Edinburgh International Film Festival. Non sparate al cervo sacro, le conseguenze possono essere terribili.

4

(Paolo Chemnitz)

calibrepic

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