Bridgend

bridgenddi Jeppe Rønde (Danimarca, 2015)

Bridgend è il nome di una contea del Galles dove tra il 2007 e il 2009 oltre venti giovani hanno commesso il suicidio senza una motivazione plausibile. La maggior parte di essi aveva un’età compresa tra i tredici e i diciassette anni. Il regista danese Jeppe Rønde, forte della sua esperienza da documentarista, si reca sul posto girando il suo primo vero lungometraggio, un mystery movie che ovviamente non ha la presunzione di cercare una spiegazione in tali gesti, lasciando che a parlare siano le atmosfere e alcuni strani comportamenti che condividono gli adolescenti di quella zona.
L’incipit è un’immersione da brividi nei meandri del bosco attiguo al paese: un binario morto si perde all’interno della natura impenetrabile, è un percorso che termina con l’immagine di un ragazzo esanime appeso con una corda al collo. “Bridgend” potrebbe persino funzionare senza dialoghi, perché le sensazioni che trasmette la pellicola parlano da sole: i colori autunnali (ottima la fotografia), la nebbia, le case grigie, tutto lascia pensare che la vita da quelle parti non sia il massimo dell’allegria. Ma c’è di più, perché il film si sviluppa anche attraverso la difficile relazione tra questi adolescenti e i loro genitori, come nel più classico dei coming of age. Quando crescere diventa un atto di crudeltà, di autodistruzione e di mancanza di comunicazione con le persone che vivono attorno a noi.
“Bridgend” segue le vicende di Sara e di suo padre Dave (un poliziotto), quest’ultimo trasferito da Bristol nel cuore di questa comunità. La ragazza fa amicizia con alcuni coetanei che presto la trascinano nella foresta attorno al paese, dove ciclicamente vediamo questi teenager rievocare i loro compagni defunti attraverso un rituale piuttosto inquietante (le urla per richiamare i morti e poi ancora il bagno purificatore nella pozza, con quei corpi galleggianti che sembrano sospesi su un baratro). Proprio il rapporto tra Dave e Sara è una chiave importante per decifrare l’opera, l’assenza della figura paterna infatti viene compensata da un ritorno primordiale alla (madre) natura, una forza oscura che accomuna il destino di tutti i giovani protagonisti.
Quello di Jeppe Rønde è un mystery movie che come in ogni pellicola del genere che si rispetti lancia il sasso e nasconde la mano, suggerendo qualche indizio senza però mai rispondere alle tante domande che affiorano durante la visione: questo approccio lascia emergere un senso di vuoto incolmabile, uno spaesamento che ci accompagna fino alla (meravigliosa) scena finale. Possiamo definire il film come un viaggio pregno di sinistre premonizioni, un lavoro nel quale la disperazione e il disagio rendono inutile qualsiasi spiegazione razionale degli eventi. “Bridgend” si trasforma così in un’esperienza sonora, visiva ed esistenziale, un patto segreto di cui però non conosciamo le regole, poiché anche noi (in quanto spettatori) restiamo ai margini della storia. Andare più a fondo può rappresentare un pericolo, non ci resta quindi che osservare quel fuoco che brucia e quelle vite che si spezzano nel dolore di una generazione abbandonata a se stessa.

4

(Paolo Chemnitz)

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