Sussurri E Grida

bergman_di Ingmar Bergman (Svezia, 1972)

“Sussurri e Grida” (il titolo originale è “Viskningar Och Rop”) è senza dubbio uno dei capolavori di Ingmar Bergman, un film per giunta realizzato durante un periodo non facile della sua carriera. Il regista svedese dirige un’opera durissima incentrata sul dolore, sulla morte e sulle relazioni interpersonali, smascherando la falsità e l’ipocrisia di una famiglia altoborghese del primo novecento.
Nonostante l’immagine della locandina originale sia tutto sommato rassicurante, il terribile dramma di “Sussurri e Grida” si svolge quasi esclusivamente all’interno di una villa di campagna, un ventre sanguigno dove si muovono tutti i personaggi della storia. Agnes è gravemente malata di cancro e giace sul letto in attesa della fine: accanto a lei, le due sorelle Karin e Maria, oltre alla badante Anna. Proprio quest’ultima emerge come unica figura positiva del film (la scena in cui porge il seno alla malata, rassicurandola come se fosse sua madre, è una moderna Pietà di una sconvolgente tenerezza), al contrario delle due sorelle, entrambe distaccate da questo triste avvenimento e contemporaneamente impegnate in rapporti turbolenti con i loro rispettivi mariti. Questa cinica freddezza si antepone alla palpabile sofferenza della protagonista, un dolore fisico e psicologico che viviamo in prima persona attraverso spasmi, momenti di puro delirio, malinconia e depressione, un calvario che viene riversato completamente sulle spalle dello spettatore, inerme testimone di questa straziante situazione. Neppure il finale è consolante, anzi Bergman suggella questo percorso con una chiusura amara, beffarda e ancora più glaciale.
In “Sussurri e Grida” la fotografia (di Sven Nykvist) è essenziale e simbolica, poiché i tre colori che si avvicendano sullo schermo raccontano come se fossero parte integrante della narrazione: Bergman identifica il rosso con il dolore, il bianco con l’innocenza e il nero con il lutto, un turbine di emozioni che si alternano e confluiscono nell’animo dei vari personaggi, mettendo in circolo qualcosa di supremo che oltrepassa il già possente messaggio lanciato dal film. Questo lavoro è infatti una delle rare esperienze dove la sensibilità del regista penetra totalmente nel nostro sguardo consapevole, un cinema vivo che però racconta la morte e ci mette con le spalle al muro davanti a questo male incurabile di cui portiamo il peso anche noi. Ecco perché “Sussurri e Grida” è un’opera concettualmente estrema, un devastante affresco immerso nella tragica realtà che si compatta con la lentezza sfiancante delle vicende, sferrando nel medesimo istante dei colpi bassi non indifferenti, tra dialoghi molto significativi e una scena persino disturbante (il pezzo di vetro infilato nella vagina, con successivo spargimento di sangue).
Se il rosso ci avvolge il tempo ci pietrifica (“è lunedì mattina presto e sto soffrendo”), un sadico conto alla rovescia che sembra immobile anche quando osserviamo gli orologi appesi alle pareti, perché il destino di Agnes è come quello di un moribondo che attende invano il termine ultimo della sofferenza. Una liberazione che giunge come un piacevole tepore ma che non lava le ferite di una famiglia distrutta dalle bugie: “Sussurri e Grida” è il vuoto colmato soltanto da un atroce pessimismo, è il cromatismo che esplora la vacuità dei rapporti umani, è un urlo nel silenzio che risuona come una piaga inestirpabile. Un macigno di sublime potenza.

5

(Paolo Chemnitz)

bergman

 

 

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