Histoire d’O

histoire d'odi Just Jaeckin (Francia/Germania Ovest, 1975)

“Historie d’O” è un film del 1975 ispirato all’omonimo romanzo di Pauline Réage pubblicato nel 1954, un libro scandalo la cui prefazione fu scritta da Jean Paulhan, all’epoca amante della donna e grande estimatore del Marchese De Sade. Curiosamente proprio nel 1975 il nome di De Sade ritorna nel capolavoro di Pasolini “Salò o Le 120 Giornate Di Sodoma”, ma con un significato diametralmente opposto al percorso iniziatico della protagonista della pellicola di Jaeckin, una magnifica Corinne Cléry disposta alle pratiche più umilianti pur di conquistare l’amore del suo René (un Udo Kier volutamente distaccato per non dire imbalsamato).
La Cléry qui è al massimo del suo splendore, una bellezza soffice, elegante e mai volgare, capace di catalizzare l’attenzione dello spettatore per tutta la durata del film (abbiamo visionato nuovamente l’opera nella sua versione integrale di 104 minuti). Tutto sembra chiaro fin dall’incipit, nel quale O (questo il nome della protagonista) viene condotta dal suo amante René in un castello situato a Roissy: qui la donna si concede a rituali sadomasochisti che la trasformano – attraverso il martirio e la flagellazione –  in un puro oggetto sessuale. Questa sottomissione volontaria diventa il leitmotiv di tutta la pellicola, una posizione di inferiorità suggellata anche materialmente con un anello che identifica O come schiava. Una dipendenza tra uomo e donna comunque reciproca, che ridiscute persino i ruoli di vittima e carnefice (“O si sentiva sporca e colpevole nel provare piacere tra le braccia di uno sconosciuto. Ma il suo amante spiegò che più lui le dava e più lui la desiderava. Offrire la sua donna a un altro uomo provava il fatto che lui la possedeva”).
Non c’è solo De Sade in “Histoire d’O”, perché tra queste immagini ritorna anche lo spirito di Georges Bataille, acceso sostenitore di una passione consacrata alla sofferenza e di un’erotismo che si vivifica soltanto se spinto agli estremi. In effetti nel film di Just Jaeckin la componente erotica è più concettuale che pruriginosa: gli amplessi risultano freddi e poco coinvolgenti e la figura stessa della Cléry suggerisce una passività sessuale ben lontana dalla seduzione trasgressiva vista in tante altre pellicole risalenti al medesimo periodo (pensiamo a “Maîtresse” di Barbet Schroeder). Per questo motivo “Histoire d’O” non ha mai scatenato troppo fragore al di là della sua importanza storica, anche per via di quella patina studiata a tavolino che ricopre ogni singola inquadratura. Un film colto e (paradossalmente) delicato, una scala che porta molto in alto e che conduce (forse) all’amore assoluto. A tal proposito, è curioso il fatto che originariamente la pellicola fosse stata affidata alla regia di Alejandro Jodorowsky, il quale declinò l’invito lasciando nei guai il produttore Alan Klien (che fu costretto a vendere i diritti). Dopotutto ogni percorso iniziatico contempla delle regole, dei passaggi obbligati, una sacralità che Jodo avrebbe sicuramente trasformato in corrosivo simbolismo. Jaeckin sceglie una via terrena per non rischiare il deragliamento, orientando le luci sulla prorompente fisicità di Corinne Cléry, unica vera fonte di bellezza che traspare da questi fotogrammi.
“Histoire d’O” non è un capolavoro ma conserva ancora oggi un fascino magnetico, proprio perché la tematica sadomasochista è solo una sfumatura all’interno di un contenitore molto più ampio, da collocare oltre gli aspetti puramente sessuali che le immagini suggeriscono. Se potete però, recuperate prima il libro.

3

(Paolo Chemnitz)

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