Dumplings

dumpdi Fruit Chan (Hong Kong, 2004)

La carriera di Fruit Chan parte da molto lontano, ma il suo nome inizia prepotentemente a circolare solo dopo i seminali “Made In Hong Kong” (1997) e “The Longest Summer” (1998), due titoli che segnano in maniera indelebile la fase delicata del ritorno di Hong Kong alla Cina. Nel giro di poco tempo, Fruit Chan diventa uno dei registi più apprezzati del circuito orientale e nel 2004 arriva persino la consacrazione nel giro horror, con un film a episodi (“Three… Extremes”) condiviso insieme a due mostri sacri come Takashi Miike e Park Chan-Wook. Quasi contemporaneamente, il segmento diretto dal cineasta di origine cinese mantiene lo stesso titolo (“Dumplings”) e si trasforma in un film di novanta minuti, a testimoniare il fatto che la carne al fuoco presente nel suo cortometraggio era talmente tanta che si poteva benissimo allungare il brodo. Con risultati di buonissima fattura.
La signora Li è ossessionata dalla bellezza: nonostante sia ancora una bella donna, non accetta il fatto che sul suo viso compaiano le prime rughe. Da tempo inoltre il ricco marito la tradisce con ragazzine più giovani di lei. Li si rivolge così a una misteriosa e fantomatica zia Mei, una persona che sembra molto più giovane rispetto alla sua età. Mei custodisce un oscuro segreto, tuttavia pagando profumatamente si può accedere ad esso (nella sua abitazione, questa signora prepara dei ravioli che contengono al loro interno un ingrediente in grado di far ringiovanire chi li mangia). Si tratta di feti umani, che la donna si procura illegalmente da un ospedale cinese o praticando aborti clandestini dentro quelle quattro mura. Li si infila in una spirale pericolosa e presto la sua vita, quella di suo marito e quella di Mei si intrecciano inesorabilmente.
Fruit Chan crea un intenso delirio che mescola cinema drammatico e horror estremo, un film girato con grande classe che non nasconde affatto le raccapriccianti pratiche messe in atto da quella donna senza scrupoli: “Dumplings” mostra feti tagliuzzati e cucinati, altri appena abortiti e conservati in frigorifero, il tutto contornato da dialoghi espliciti che potrebbero urtare la sensibilità dei più impressionabili (“era un maschio, così bello e raro, perché in Cina le persone abortiscono solo femmine. Io non uso medicine, solo un catetere, le medicine lo renderebbero non commestibile. Per giunta era un primogenito, la cosa più nutriente al mondo”). Ma non dobbiamo soffermarci soltanto sugli aspetti horror delle vicende, “Dumplings” è infatti un’opera che critica aspramente la ricerca spasmodica della bellezza e la superstizione, poiché questa zia Mei non è poi tanto distante da quei santoni a cui molta gente si rivolge per ottenere consigli e guarigioni, pagando ovviamente cifre spropositate.
In America nessuno avrebbe il coraggio di fare un remake di “Dumplings”: questo è un film malato, tragico e ripugnante allo stesso tempo, un lavoro che durante lo scorso decennio ha portato tantissima linfa al cinema di confine orientale. Da non perdere.

4

(Paolo Chemnitz)

dumplings

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