El Incidente

el incidentedi Isaac Ezban (Messico, 2014)

Il 2014 è stato un anno molto importante per il messicano Isaac Ezban, giovane regista classe 1986: il suo segmento presente nell’antologia horror “México Bárbaro” si è rivelato il migliore del lotto e allo stesso tempo egli ha inoltre realizzato il suo primo acclamato lungometraggio, “El Incidente” (o “The Incident”), un fantathriller di sicuro interesse che lo ha subito proiettato all’attenzione del circuito indipendente internazionale (ulteriori conferme sono poi arrivate con il successivo “Los Parecidos” del 2016).
Ezban adora il cinema fantastico e in particolare la serie “Lost”, di cui è praticamente ossessionato. In effetti sono molti i riferimenti che gli amanti della serie possono ritrovare durante la visione del film, “El Incidente” però è un tuffo nell’assurdo che vive di una particolare luce propria, la quale si riflette di continuo attraverso due storie che corrono parallelamente, almeno fino a un certo punto. Da un lato abbiamo un detective che tiene sotto scacco due fratelli all’interno di un edificio: uno dei criminali è ferito ma in quel palazzo sembra non esserci via d’uscita. Una volta giunti al primo piano, le scale continuano a scendere ricominciando dal nono e così via, in poche parole un quadro di Escher che si materializza come un incubo per i protagonisti. Nella seconda storia invece tutto si svolge all’aperto: una famiglia in vacanza supera una stazione di servizio ma dopo alcune ore si ritrova esattamente nel medesimo luogo, come se ogni chilometro percorso riconducesse al principio. I punti cardinali perdono ogni significato. Il paesaggio mozzafiato del Messico è una gabbia senza confini che riduce in paranoia i quattro malcapitati, l’agorafobia diventa quindi complementare alla claustrofobia della prima storyline, un connubio che muove gli equilibri della trama trascinandoci dentro una situazione ansiogena e misteriosa. Questo fino a metà film. Se infatti inizialmente Ezban punta tutto sulla tensione metafisica, al giro di boa egli imbocca un sentiero coraggioso ma forse troppo didascalico per tenerci incollati allo schermo, una scelta complessa che ci catapulta al di là dell’affascinante formula di partenza. “El Incidente” si trasforma perciò in una metafora non sempre limpida che al delirio surreale dei primi quarantacinque minuti predilige una simbologia intrisa di elementi filosofici, su tutti il tempo e lo spazio. Due costruzioni mentali? L’essere umano invecchia inesorabilmente e non può fermare le lancette che girano, mentre nel secondo caso ciò che percepiamo come infinito in realtà è un posto nel quale vaghiamo a vuoto per tutta la vita, un terreno limitato che si chiude brutalmente davanti a noi. Come barriere che si innalzano e che guidano il nostro destino.
Grazie a una prima metà dannatamente convincente, la pellicola d’esordio di Isaac Ezban riesce a lasciare il segno, anche grazie a una buona regia sia nelle riprese al chiuso che in quelle open air. Tutto ciò nonostante quella svolta centrale a tratti pretenziosa che smorza l’angoscia in favore dei contenuti. Ma “El Incidente” è un film che divora la mente, su questo non ci sono dubbi.

3,5

(Paolo Chemnitz)

el incidente film

 

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