Carnival Of Souls

carnival of-soulsdi Herk Harvey (Stati Uniti, 1962)

“Carnival Of Souls” è un fulgido esempio di coraggio e innovazione. Nel 1962 il cinema horror europeo ha due modelli di riferimento importanti, il filone gotico in Italia e le pellicole della Hammer nel Regno Unito, mentre sull’altra sponda dell’oceano dominano i thriller e bisogna attendere qualche anno per la vera esplosione del genere nella sua accezione più pura. Una cosa è certa, i ghost movie del periodo sono tutti legati alle case infestate o a modelli classici ancora lontani dagli sviluppi successivi, uno dei tanti motivi per il quale il film di Herk Harvey (1924-1996) fu completamente bistrattato alla sua uscita, per poi essere riscoperto e rivalutato dopo quasi tre decenni.
Mary Henry (Candace Hilligoss) è vittima di un terribile incidente stradale in cui muoiono le sue amiche: la loro auto cade giù da un ponte finendo in un fiume ma la donna riesce miracolosamente a uscire viva dall’abitacolo senza un graffio, nonostante lo shock. La protagonista da lì a poco si reca a Salt Lake City (è stata appena assunta come organista in una chiesa), ma proprio la città dello Utah amplifica il calvario della giovane, ormai rinchiusa in un incubo a occhi aperti senza possibilità di uscita. Mary vive in un limbo dove la realtà si mescola a un paesaggio spettrale popolato di personaggi inquietanti, mentre attorno a lei si muovono presenze viscide e ambigue (come ad esempio il vicino di casa). Non è difficile intuire cosa stia accadendo, ma il finale (purtroppo didascalico) ci dà tutte le risposte di cui (non) avevamo bisogno.

creepy-gif-from-carnival-of-soulsYou cannot live in isolation from the human race, you know”, parole al vento che Mary non recepisce in quanto la sua quotidianità è legata indissolubilmente alla solitudine e a un senso di costante alienazione: la donna infatti è morbosamente affascinata da un grande padiglione dismesso in riva al lago, un luogo misterioso che simboleggia l’attrazione per il nulla e per la morte (“I don’t belong in the world”). Herk Harvey qui si sbizzarrisce con destabilizzanti inquadrature in campo lungo e con alcune scene in cui ritroviamo Mary disorientata in questo vecchio luna park abbandonato (il Saltair Pavilion) popolato dalle figure di cui sopra, oscure presenze dall’aldilà non troppo dissimili dai futuri zombi che vedremo in “La Notte Dei Morti Viventi” (1968). “Carnival Of Souls” anticipa quindi il raccapriccio romeriano e persino le derive oniriche lynchiane, proponendosi come modello perfetto per l’horror moderno più allucinato e angosciante. Ma la vera carta vincente è costituita dall’ambientazione suburbana, strade (deserte) e spazi aperti che irrompono nell’immaginario del periodo come un fulmine a ciel sereno, aggirando in un sol colpo i castelli maledetti del vecchio continente. Ecco perché possiamo parlare di innovazione, un terrore autentico che rimbalza di continuo tra il delirio psicologico della protagonista e il territorio circostante in cui Mary si muove, un circolo di energie negative che esulano dal trend imperante del periodo.
“Carnival Of Souls” è stato bollato come un semplice b-movie (in effetti lo è, Harvey lo ha messo su con trentamila dollari e cinque collaboratori) ma le etichette qui contano meno che mai, in questo caso ci interessano esclusivamente le emozioni che il film riesce a trasmetterci. Sinistre sensazioni che ci sommergono di ansia.

5

(Paolo Chemnitz)

carnival of souls pic

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