Michael

michaeldi Markus Schleinzer (Austria, 2011)

Raccontare una storia di pedofilia al cinema è molto complesso, si tratta di un tema scabroso che richiede molta sensibilità e attenzione sia da parte del regista che da parte dello spettatore. Ma di pellicole che in qualche modo hanno centrato il bersaglio ce ne sono parecchie, dal poetico e struggente “Mysterious Skin” (2004) al fantasioso (forse anche troppo) “Hard Candy” (2005), fino alle derive thriller del torbido e angosciante “The Treatment” (2014).
“Michael” (in concorso a Cannes nel 2011) segna il debutto alla regia per Markus Schleinzer, instancabile attore ma soprattutto quotato casting director austriaco (suo il lavoro dietro “La Pianista”, “Canicola”, “Lourdes” e “Il Nastro Bianco”, tra i tanti). Proprio l’influenza di Michael Haneke emerge a più riprese in questo suo lungometraggio, diretto con un distacco tale da congelare qualsiasi tipo di emozione tra i due protagonisti del film, praticamente la cronaca degli ultimi mesi di convivenza forzata tra Michael (il mostro, trentacinque anni) e Wolfgang (la vittima, dieci anni). Il ragazzino appare per la prima volta nel buio di un sottoscala, l’aguzzino lo tiene rinchiuso in una cantina adibita a cameretta facendolo uscire solo per la cena o per qualche momento di svago: quelle tapparelle però spesso si chiudono e l’oscurità corrisponde alla reclusione, alla violenza, a quel terrore disumano che noi possiamo solo immaginare. Markus Schleinzer fa scorrere questa triste quotidianità lasciando ogni giudizio negli occhi di chi osserva, siamo noi infatti a restare basiti davanti al vuoto esistenziale che circonda il pedofilo, un ometto emarginato, inetto, fisicamente brutto e incapace di saper gestire i rapporti sociali. La sobrietà della regia si traduce quindi in puro squallore, una scelta consapevole che si infiltra tra quelle stanze mettendo a nudo la devastante solitudine in cui è immerso il protagonista. Se è vero che il cinema di Haneke ha più anima e potenza, anche il suo meno illustre conterraneo riesce comunque a trovare la chiave di volta per sorprenderci (il finale aperto è un epilogo raggelante e quando partono i titoli di coda restiamo pietrificati).
Le cantine austriache sembrano nascondere segreti davvero allucinanti, ce lo ha rivelato la cronaca nera (il terribile caso Fritzl) e successivamente anche il cinema (“Im Keller” di Ulrich Seidl è un docufilm interamente dedicato all’argomento). “Michael” si pone nel mezzo e raggiunge il perfetto equilibrio tra finzione e realtà, un silenzio assordante nel quale le urla svaniscono senza lasciare traccia, l’apparente normalità che si rivela più devastante di qualunque altra cosa. Un film necessario.

4

(Paolo Chemnitz)

michael film

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