El Castillo De La Pureza

el castillo de la purezadi Arturo Ripstein (Messico, 1973)

Yorgos Lanthimos non ha mai ammesso di aver preso più di uno spunto da questa pellicola per realizzare il suo incredibile “Dogtooth” (2009), una bugia andata di traverso proprio ad Arturo Ripstein, il quale non si è risparmiato qualche frecciatina sarcastica nei confronti del regista greco (“I hope we’ll win” fu la dichiarazione polemica del messicano quando “Dogtooth” ricevette la candidatura agli Oscar come miglior film straniero). Logico che Lanthimos abbia stravolto molte cose rispetto all’opera originaria, ma è lampante il legame concettuale tra il suo lavoro e questo “El Castillo De La Pureza”, film ispirato per giunta a una storia vera.
Gabriel Lima è un padre di famiglia che tiene segregati in casa la moglie e i tre figli (dai nomi piuttosto beffardi: Porvenir, Utopía e Voluntad). Se la consorte (sottomessa) si occupa delle faccende domestiche, l’uomo trascorre il tempo con i ragazzi fabbricando veleno per topi in un laboratorio casalingo, una sostanza che Gabriel rivende quotidianamente quando esce da quelle quattro mura. Soltanto lui infatti può varcare la soglia di casa, gli altri devono ubbidire e accettare queste umilianti condizioni, pena la punizione corporale o la reclusione in una stanza isolata della dimora. Una situazione destinata comunque a degenerare in un finale molto incandescente.
Studiando i ratti, conosci l’uomo”. Il protagonista, con il suo comportamento maniacale e protettivo, vuole preservare i suoi cari dalle brutture del mondo, ma se da un lato il paragone tra le persone e i topi sembra voler sopprimere ogni speranza nei confronti del genere umano, c’è un aspetto molto particolare che lo stesso Gabriel cura in maniera ossessiva, ovvero far studiare i propri figli acculturandoli con la lettura di Goethe o Albert Ellis (“per trovare l’uomo, devi voltare le spalle all’umanità”). Arturo Ripstein sceglie il tema della famiglia disfunzionale scaraventandoci in una sorta di incubo autogestito, un piccolo universo dove anche la violenza psicologica fa parte di una normalità ormai acquisita. E lo fa senza ricorrere a derive surreali (vedi Lanthimos), ammantando di realismo un ambiente spoglio e lugubre battuto costantemente dalla pioggia. Inoltre le cupe inquadrature del regista messicano generano un senso di claustrofobia latente, un po’ come quei minacciosi campanacci messi all’ingresso della casa che fungono da allarme in caso di fuga. Ecco che così un’opera come “Dogtooth” riesce a porsi in maniera complementare a “El Castillo De La Pureza”: idee condivise, ma regia, spazi e umori diversi fin dalle premesse iniziali, con il praticello verde di una villetta residenziale baciata dal sole in contrapposizione al severo grigio dominante di Ripstein.
Se avete amato la creatura di Yorgos Lanthimos è importante conoscere anche questa pellicola, in qualche modo propedeutica al capolavoro greco del 2009. “El Castillo De La Pureza” è un modello di cinema grezzo che colpisce a fondo nell’animo, un lungometraggio diretto non dal primo sprovveduto, ma da un regista che già in passato aveva collaborato con Luis Buñuel: Arturo Ripstein ci regala un’opera tra le più importanti di quel decennio, una linea oscura che segna non solo la scuola messicana del periodo, ma anche le avanguardie del nuovo millennio. Un film quasi perfetto.

4,5

(Paolo Chemnitz)

el castillo

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