Southbound

southbounddi Registi Vari (Stati Uniti, 2015)

“Southbound” è sbarcato in Italia straight to video e non è un caso che attorno a questa antologia horror si sia sviluppata una certa attenzione da parte degli appassionati. Dietro questo film ci sono gli stessi produttori della valida trilogia “V/H/S” (buona almeno nei primi due capitoli, poiché il terzo lascia alquanto a desiderare) e ce ne accorgiamo fin dai nomi dei registi, alcuni già impegnati con “V/H/S” (David Bruckner e il collettivo Radio Silence), altri all’esordio assoluto (Roxanne Benjamin) o sconosciuti ai più (Patrick Horvath). Un approccio per certi versi simile ma in questo caso molto più compatto grazie all’utilizzo di una sola opprimente location. Inoltre, la pellicola prende vita attraverso cinque segmenti tutti concatenati tra loro (il primo e l’ultimo sono diretti dai Radio Silence), per una spirale di orrore e paranoia racchiusa all’interno del deserto californiano, praticamente un labirinto senza via di uscita dove tutte le strade portano a sud (“no matter which road you choose, it’s all going south”).
La partenza è fulminante. Due uomini sono braccati da strane creature volanti all’orizzonte, dei mostri meccanici alati veramente impressionanti che si innalzano come divinità infernali sopra quell’opprimente distesa di sabbia. Ed è subito splatter, con una CGI realizzata molto bene. Tempo pochi minuti e finiamo dall’altra parte della strada, dove tre ragazze rimaste in panne con il loro furgone accettano un passaggio da una coppia di sconosciuti, due persone che nascondono un segreto inquietante. Cala la notte e ci spostiamo sul terzo segmento, il più teso e sorprendente: un uomo alla guida della sua auto investe e poi soccorre una giovane in cerca di aiuto (capiamo subito di chi si tratta). Un trip che si conclude all’interno di un ospedale completamente vuoto, un’evoluzione degli eventi (con tanto di chirurgo improvvisato) racchiusa in un breve cortometraggio che ha tanto da dire.
“Southbound” ha un calo fisiologico con il quarto frammento, nettamente inferiore ai precedenti, prima di un buon finale ambientato all’interno di un motel: nulla di originale (la struttura è quella di un classico home invasion, con tre loschi individui mascherati pronti a entrare in azione) ma anche in questo caso si respirano atmosfere oscure e palpitanti. Inoltre, questo ultimo capitolo ci spiega alcune cose rimaste insolute durante la visione del film, una chiusura circolare che assorbe e ripropone le intenzioni da incubo già mostrate sulla locandina.81f82ea933333f45ed0fd8ab9db5c42204d94568_hq“Southbound” è un’antologia intelligente, meno convulsa rispetto a quanto già visto in altre sedi (qui le riprese sono più umane e meno traballanti) e con quel sottile filo conduttore che ci prende per mano e non ci molla mai fino all’ultimo istante. Le citazioni non mancano (da “The Hitcher” a “Il Seme Della Follia”) ma sono tutte messe al servizio dell’intrattenimento, garantito da alcune scene assolutamente gustose e da un mood avvolgente. Un horror on the road degno erede di tanti suoi predecessori, dopotutto basta aggiungere un 6 alla Route 66 e si finisce dritti all’inferno.

4

(Paolo Chemnitz)

South

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