You Were Never Really Here

you were never really heredi Lynne Ramsay (UK/Stati Uniti, 2017)

Abbiamo dovuto attendere oltre sei anni per rivedere Lynne Ramsay alle prese con un lungometraggio, il quarto per l’esattezza dopo il realismo sociale di “Ratcatcher” (1999), il meno conosciuto “Morvern Callar” (2002) e il tanto osannato “…E Ora Parliamo Di Kevin” (2011), certamente il suo film più significativo. Ancora una volta la regista scozzese torna con un lavoro molto diverso dal precedente, la conferma di una capacità innata nel saper maneggiare il cinema drammatico sotto diversi punti di vista.
Un quasi irriconoscibile Joaquin Phoenix interpreta Joe, ex veterano di guerra oggi diviso tra qualche losca attività illecita e un amore sconfinato nei confronti della madre anziana (la Ramsay ce la fa conoscere durante un divertente siparietto con il figlio, mentre lei è intenta a guardare “Psycho” in televisione). “You Were Never Really Here” parte a fuoco lento, pochi dialoghi e musica elettronica avvolgente: sappiamo veramente poco di Joe (“Where you spend your time? What do you do?”), almeno fino a quando l’opera non scopre le carte svelandoci la sua nuova missione, ovvero ritrovare la figlia scomparsa di un importante politico finita nel giro torbido della prostituzione minorile. Un compito ingrato che il mercenario svolge come un treno in corsa, senza rendersi conto delle conseguenze che presto si abbattono su di lui.
Anche se il film carbura dopo una trentina di minuti, tutto quello che succede prima è propedeutico per illustrarci la figura del protagonista, un uomo di mezza età segnato da un’infanzia difficile (un tema caro alla regista qui riproposto con altre modalità), un boomerang che torna indietro di continuo manifestandosi attraverso dirompenti flashback che attingono dal suo nebuloso passato. Joe è un bruto dal cuore d’oro, un individuo memore della sua esperienza e quindi intenzionato a salvaguardare una piccola fanciulla da quel mondo crudele che lui conosce benissimo. Lynne Ramsay gira continuamente attorno a questo personaggio, lasciando in secondo piano una sceneggiatura a dire il vero zoppicante: il punto forte di “You Were Never Really Here” è infatti riconducibile alla regia (i primi piani, le inquadrature, l’ossessione per i dettagli più minuziosi) e al carisma di Joaquin Phoenix, unico vero mattatore della storia, un antieroe moderno che si fa giustizia da solo minacciando i nemici con un martello (le citazioni non troppo velate riportano in mente pellicole come “Oldboy” e “Taxi Driver”). Un film quindi non necessariamente originale e soprattutto privo di una spina dorsale imponente, ma nonostante ciò capace di tenerci incollati allo schermo proprio per via del grande lavoro della Ramsay dietro la mdp, suggellato dal positivo apporto dello score musicale e da un fattore splatter poco più che accennato ma non trascurabile (persino autoironico nella scena cult del dente).
“You Were Never Really Here” (in Italia uscirà con il titolo “A Beautiful Day”) conferma l’indiscutibile talento della regista di Glasgow, questa volta capace di confezionare un thriller di notevole impatto nonostante un plot eccessivamente frammentato (il soggetto è ispirato a un racconto di Jonathan Ames). Non la vetta più alta per la Ramsay, ma un film di quelli da gustare dal primo all’ultimo fotogramma. I tanti applausi ricevuti a Cannes non sono certo casuali.

3,5

(Paolo Chemnitz)

you were

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