Le Monache Di Sant’Arcangelo

le monache di sdi Domenico Paolella (Italia/Francia, 1973)

Dopo essersi cimentato per alcuni anni nel peplum, il veterano Domenico Paolella approda nei 70s realizzando quasi in contemporanea due film di genere conventuale, “Le Monache Di Sant’Arcangelo” e “Storia Di Una Monaca Di Clausura”, quest’ultimo (uscito nel novembre del 1973) con Catherine Spaak, Suzy Kendall e una giovanissima Eleonora Giorgi.
“Le Monache Di Sant’Arcangelo” (firmato dal regista con lo pseudonimo di Paolo Dominici) prende spunto da una storia vera, un libello attribuito a Stendhal dal titolo Cronaca del Convento di Sant’Arcangelo a Bajano, nel quale venivano raccontati alcuni fatti di sangue, libidine e sacrilegio avvenuti in questo luogo nei dintorni di Napoli durante il XVI° secolo. Tutto ruota come sempre attorno al potere: la vecchia badessa (suor Lavinia) è prossima alla morte, così l’ambiziosa suor Giulia e la sua consorella suor Carmela si scatenano in una guerra volta a determinare chi, tra le due, prenderà il posto di quella donna morente. Inizia una lotta fatta di gelosie, di avvelenamenti, di denunce e di false accuse, tra lettere anonime spedite alle alte autorità ecclesiastiche e protettori interessati alla causa (suor Giulia, nonostante i suoi amori saffici, non disdegna le attenzioni del ricco nobile spagnolo Don Carlos). Questo comportamento criminale da ambo le parti attira l’attenzione di un rappresentante dell’inquisizione, il vicario Carafa (Luc Merenda interpreta uno dei personaggi più riusciti della sua carriera), un individuo severo che subito comincia a indagare su questa inaccettabile serie di scandali.
“Le Monache Di Sant’Arcangelo” non è solo semplice nunsploitation: l’erotismo è presente ma non è mai l’elemento decisivo del film, il quale si rivela molto più curato di alcuni prodotti simili soprattutto per quanto riguarda la fotografia, i costumi e le scenografie. La violenza invece prende il sopravvento nelle drammatiche scene di tortura, tra cui il cavalletto e il waterboarding, prima della tragica resa dei conti mostrata nell’ottimo e straziante finale (“voi giudicate me per corruzione e crudeltà, sono forse io più crudele o corrotta di voi? La legge della chiesa è disumana e ha fatto diventare disumana anche me, come voi!”). Un messaggio anticlericale ma mai blasfemo.
In questa pellicola ogni personaggio è incastrato in un ruolo da cui è impossibile venir fuori, imposizioni dovute a una società del tempo dove molte nobili fanciulle erano costrette dai genitori a prendere i voti. Uno scenario cupo e desolante, dove le istituzioni religiose agiscono attraverso i calcoli più subdoli per ottenere qualcosa a proprio vantaggio, un materialismo che si alimenta di continuo nella lussuria e nella cupidigia. Ovviamente non tutto funziona a dovere: il ritmo è piuttosto blando e la narrazione a tratti perde di vista il suo intento primario, deviando sulla futile sottotrama che vede protagonista la bella e candida Ornella Muti (suor Isabella), qui diciottenne in una delle sue prime apparizioni sullo schermo. Nulla di compromettente per nostra fortuna, “Le Monache Di Sant’Arcangelo” resta ancora oggi uno dei titoli più intriganti legati al cinema conventuale italiano, una lunga parabola che prende vita dalle anguste vicende del nostro passato storico e dal successo di opere come “I Diavoli” (1971) di Ken Russell, un film senza il quale questo lungometraggio di Domenico Paolella non sarebbe mai esistito.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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