Antonio Das Mortes

antonio das mortesdi Glauber Rocha (Brasile, 1969)

Solitamente tendiamo ad associare il cinema di confine brasiliano con le pellicole blasfeme e stravaganti di José Mojica Marins, un folle personaggio salito alla ribalta durante gli anni sessanta (il suo film più rappresentativo ancora oggi resta “Questa Notte Mi Incarnerò Nel Tuo Cadavere”). Ma proprio durante quel decennio esplose una corrente di tutt’altro spessore, un movimento apprezzato specialmente nei circuiti festivalieri e alimentato da Glauber Rocha (1939-1981), vero rinnovatore e oltretutto fondatore di questo Cinéma Nôvo. Rocha, insieme a un manipolo di giovani colleghi, esplorò con durezza la realtà sociale del suo paese, i temi portanti di queste pellicole erano infatti indissolubilmente legati alla guerra, alla rassegnazione davanti ai mutamenti storici, alla frantumazione dei valori e alla segregazione, con un forte richiamo alla cultura popolare del nord est (in particolare quella delle zone rurali del sertão). Un cinema di azione e di denuncia, in una regione popolata da banditi e da santoni e per giunta martoriata dalla fame e dalla miseria: nel 1969 Rocha fu però costretto ad abbandonare il paese, con la censura governativa ormai accanitasi contro di lui.
“Antonio Das Mortes” (“O Dragão Da Maldade Contra O Santo Guerreiro”) è il sequel del celebre “Il Dio Nero e Il Diavolo Biondo” (1964), pellicola in b/n nella quale compare appunto Antonio, uno spietato killer questa volta ingaggiato dal vecchio colonnello Horácio (un ricco latifondista non vedente) per contrastare le rivolte dei contadini. Il protagonista è anche eccitato dall’idea di poter uccidere il cangaçeiro a capo della ribellione (“devo trovare un nuovo nemico per dare un senso alla mia vita”), ma la sua missione presto cambia prospettiva, Antonio infatti prende coscienza della situazione degli agricoltori diventando a sua volta parte del gruppo di rivoltosi contro l’ingiusto potere.
Premiato a Cannes nel 1969 per la regia, quello di Glauber Rocha è un film sovversivo incentrato sulla vendetta e sulla sete di giustizia, in un contesto assolutamente unico: “Antonio Das Mortes” ha dalla sua un’anima western che fonde un substrato mitologico (allegorico) a una deriva popolare molto insistita (i costumi e le canzoni del folklore locale). Quando l’asticella della violenza si alza inesorabilmente, l’opera mette in mostra un delirio collettivo a tratti realmente allucinante, un dramma che affonda i suoi artigli nella potenza delle immagini e nella possente iconografia dei personaggi principali. Lontano anni luce dal cinema hollywoodiano (di cui Rocha fu strenuo oppositore), questo lavoro offre allo spettatore uno spaccato antropologico di un Brasile cupo e primordiale, un pezzo di terra spazzato via dal terrore e dall’oppressione dei più deboli. Martin Scorsese lo considera uno dei suoi film preferiti: in effetti si tratta di una visione importante (sicuramente non per tutti), capace di ipnotizzare i nostri occhi per quasi cento minuti. “Dio ha creato la terra. Satana le recinzioni”.

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(Paolo Chemnitz)

antonio das

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