Les 7 Jours Du Talion

7 joursdi Daniel Grou (Canada, 2010)

Occhio per occhio, dente per dente. Il cinema della vendetta è stato spremuto in lungo e in largo fin dai primi anni settanta, così spesso avvicinarsi a un film del genere significa incappare in qualcosa di già visto. “Les 7 Jours Du Talion” (che nel titolo anglofono diventa semplicemente “7 Days”) ha però qualcosa che lo rende diverso, un approfondimento etico e psicologico che travalica l’idea stessa del revenge movie e dei suoi meccanismi.
Bruno Hamel è un dottore che conduce una vita tranquilla assieme alla moglie Sylvie e alla piccola Jasmine, di soli otto anni. Quando un giorno la figlia sparisce improvvisamente senza fare ritorno da scuola, l’uomo sprofonda nella disperazione: le ricerche durano poco tempo, il cadavere della bambina viene ritrovato e la polizia non può che constatare un ferale stupro seguito da un brutale omicidio. C’è un indiziato numero uno, ma Bruno anticipa le mosse della giustizia organizzando il sequestro di persona dell’individuo sospetto. Una volta rapito, il malcapitato viene condotto in un capanno isolato: per una settimana il protagonista tortura e sevizia la vittima, nel nome di una legge del taglione dettata soltanto dall’impulso di vendetta di Bruno, il quale si trasforma a sua volta in un mostro senza pietà (“you’re worse than me”).
Tratto da un romanzo dello scrittore francofono Patrick Senécal (che ha pure adattato lo script), “Les 7 Jours Du Talion” è un film veramente cupo, avvolto da una gelida fotografia che taglia fuori dallo schermo ogni colore caldo e ogni raggio di speranza. Se Dio in sette giorni ha creato l’universo, Bruno Hamel utilizza lo stesso tempo per umiliare un suo simile e per rinnegare la sua umanità, praticamente un percorso al contrario che offre pochissimo spazio ai rimorsi (le torture sono inframezzate da qualche passeggiata liberatoria nei boschi del Québec, dove il personaggio principale rivede di continuo la scena del delitto attraverso la carcassa di un cervo morto). Il regista Daniel Grou lascia molto spazio alla riflessione sull’utilità di questo atto di ritorsione, mettendoci nelle condizioni di parteggiare addirittura per il povero malcapitato, uno schifoso pedofilo che subisce un massacro senza fine: martellate sulle gambe, catenate sferrate con rara violenza e altre efferatezze da far impallidire qualsiasi torture porn. L’opera però prende le distanze dalle tante pellicole contemporanee in fotocopia, lasciando aperto solo un piccolo spiraglio alle derive horror. Concettualmente siamo infatti più vicini a quel discorso di giustizia privata visto in film come “Un Borghese Piccolo Piccolo” (1977) o nel più recente “Big Bad Wolves” (2013), pellicole nelle quali il movente è strettamente connesso a un episodio di cronaca reale e tangibile. Anche per questo motivo le tante domande che vengono poste non trovano mai una risposta coerente e definitiva, ce lo ricorda appunto un padre di famiglia sconvolto:
Dr. Hamel, do you still think vengeance in the right answer? No”.
“So you regret what you’ve done? No
”.

4

(Paolo Chemnitz)

7 jours du

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