Verónica

veronicadi Paco Plaza (Spagna, 2017)

Dopo gli ottimi consensi ottenuti con “[Rec]” (2007) e “[Rec]²” (2011), Jaume Balagueró e Paco Plaza hanno imboccato due strade diverse: il regista catalano lo rivedremo presto all’opera con “Muse” (dopo il notevole “Bed Time”), mentre Paco Plaza – originario di València – è tornato a girare un lungometraggio a cinque anni di distanza dallo scanzonato e tutto sommato godibile “[Rec]³: Génesis” (2012). L’incipit di “Verónica” sembra addirittura voler omaggiare la celebre saga succitata: una voce disperata al telefono chiede aiuto alla polizia, è accaduto qualcosa di grave dentro un condominio. Ovviamente qui non ci sono individui infetti e un palazzo da mettere in quarantena, ma c’è un orrore sovrannaturale che viene lentamente svelato col trascorrere dei minuti.
E’ il 1991: ce ne accorgiamo anche perché Verónica (una debuttante e già talentuosa Sandra Escacena) è una fan sfegatata degli Héroes Del Silencio, una formazione rock iberica che conobbe un grande successo a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta. Così, dopo aver ascoltato la celebre “Maldito Duende” in apertura, veniamo catapultati nella quotidianità di questa ragazza adolescente, praticamente una seconda mamma per un fratellino e due sorelle più piccole. I turni di lavoro della madre sono infatti proibitivi e la donna rientra a casa sempre molto tardi, lasciando tutte le responsabilità proprio sulle spalle della figlia maggiore. Un giorno però, insieme a due compagne di scuola, Verónica si mette in contatto con lo spirito del padre defunto tramite una tavoletta Ouija, in coincidenza di un’eclissi solare. E cominciano i guai.
Paco Plaza evita di compiere il fatidico passo più lungo della gamba, limitandosi a riproporre i classici stereotipi dell’horror sovrannaturale. Nonostante un paio di scene degne di nota, “Verónica” si rivela un’opera sicuramente dignitosa ma non del tutto originale, considerando che negli anni il cinema spagnolo ha già spremuto a dovere questo tipo di tematiche (pensiamo ad esempio a “Darkness” del collega e amico Balagueró). La regia si dimostra comunque di spessore, anzi in certi frangenti sembra davvero di trovarsi davanti a una pellicola uscita nel 1991, complice un’atmosfera ben calibrata e una fotografia molto in linea con le produzioni di quel periodo. Ancora una volta però sono gli effetti digitali a peggiorare le cose, in un finale per giunta interessante ma purtroppo penalizzato da questa scelta tutt’altro che azzeccata.
Il film prende spunto dai presunti eventi paranormali accaduti all’epoca alla diciottenne Estefanía Gutiérrez Lázaro, qui incarnata dalla forte (onni)presenza della sua controparte cinematografica, unico motore fisico e mentale (i demoni interiori di una teenager li conosciamo bene!) per un lungometraggio che non si sarebbe potuto intitolare in modo migliore. Una piccola curiosità: la pellicola trasmessa in tv a casa di Verónica è “Ma Come Si Può Uccidere Un Bambino?” (1976) di Narciso Ibáñez Serrador, un classico intramontabile del cinema di genere spagnolo. Per Paco Plaza invece luci e ombre, ma consoliamoci, in giro c’è molto di peggio.

2,5

(Paolo Chemnitz)

veronicafilm

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